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Napolitano si è dimesso. Renzi: "Successore entro fine mese"

L'addio dopo 9 anni. Il premier su Twitter: #Grazie Presidente. Grasso reggente: "Grande responsabilità" FOTO Onori e commiato LEGGI ANCHE Il ritratto - E il rione Monti festeggia

Quirinale, ore 10.35: finisce l'era Napolitano (FOTO) Il Capo dello Stato firma la lettera - poche righe, massima sintesi - con cui dà seguito all'annuncio fatto in televisione la notte di Capodanno. Lascia il Quirinale dopo nove anni di presidenza, di cui due segnati dalla fatica. Un addio che non tralascia niente del protocollo, ma ugualmente assume un tono intimistico, quasi dimesso. La cronaca dell'ultima mattinata al Colle lo vede ricevere le ultime telefonate di saluto, leggere per l'ultima volta la rassegna stampa preparata per i presidenti, poi la rilettura del testo della lettera con cui si dimette, e quelle di accompagnamento per i presidenti di Camera e Senato, ed il Presidente del Consiglio. Dopo la firma, il segretario generale della Presidenza, Donato Marra, parte con una scorta di corazzieri moticiclisti alla volta di Palazzo Madama e Montecitorio. Nel frattempo un altro corazziere si affaccia dalla Sala dei Precordi (quella con il terrazzino che dà in direzione della fontana con i cavalli) ed ammaina la bandiera. Cala anche la bandiera sul Torrino, segno che, per i prossimi giorni, la sede del Quirinale è vacante. La reggenza, infatti, passa al Presidente del Senato Pietro Grasso, ma questi - come da prassi - non verrà a insediarsi sul Colle. Grasso si sposta a Palazzo Giustiniani, venti metri dal Senato, e vi resterà fino all'elezione del prossimo Capo dello Stato. A segnare il cambiamento, a Palazzo Giustiniani arrivano due corazzieri a fare da piantone all'entrata e al piano dello studio del Supplente. Napolitano intanto saluta i dipendenti, scende dallo Studio alla vetrata fin nel Cortile d'Onore, riceve i saluti di un picchetto e gli viene consegnato lo Stendardo del Presidente, quella bandiera a quadrati contrapposti blu, rossi e bianchi con al centro lo stemma della Repubblica. Esce in auto dal Portone Principale, la folla l'applaude. L'applaude anche la Camera, dove Laura Boldrini dà lettura della missiva con cui ha annunciato l'abbandono. Lui intanto raggiunge la sua casa privata, nella vicina via dei Serpenti. Inizia una nuova fase di una lunga vita. Da ogni parte saluti e ringraziamenti, meno che dai grillini. Beppe Grillo lo invita a rinunciare alla carica di senatore a vita. Matteo Renzi, viceversa, gli invia l'ultimo ringraziamento. Poi aggiunge: "E' auspicabile e ragionevolmente probabile che l'elezione del nuovo Capo dello Stato arrivi alla fine del mese". Inizia la corsa all'elezione del successore. Anche nella vita della Repubblica e' una nuova fase.   #GraziePresidente — Matteo Renzi (@matteorenzi) 14 Gennaio 2015       Dal 2006 al mandato bis: finisce la presidenza più lunga. Attraversando una delle crisi economiche più dure per il Paese, l'undicesimo capo dello Stato, primo ex comunista al Colle, ha trascorso quasi nove anni al Quirinale. "Mi accingo al mio secondo mandato. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno". È il 20 aprile 2013 quando re Giorgio accetta il bis, convinto dalle forze politiche e dall'incapacità del Parlamento di trovare un successore. Un secondo mandato, dopo quello iniziato nel maggio 2006, prima volta nella storia della Repubblica, a 88 anni e dopo mesi di rifiuti. Ma con un Pd sotto schiaffo per il fuoco amico dei 101 contro Prodi e davanti al pressing della quasi totalità dei partiti, Napolitano dice sì. Con 738 voti, al sesto scrutinio, inizia il suo settennato bis.     Renzi: successore entro fine mese. "Ragionevolmente a fine mese avremo il nuovo Presidente della Repubblica". È la garanzia-promessa del presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi, nel giorno in cui si apre ufficialmente la corsa alla successione di Giorgio Napolitano, con le sue dimissioni e la convocazione del Parlamento in seduta comune per giovedì 29 gennaio alle 15. Se effettivamente la strategia scelta dal premier sarà quella di evitare di bruciare candidati nei primi tre scrutini in cui per l'elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi e puntare all'elezione nel quarto in cui serve la maggioranza assoluta, sabato 31 gennaio potrebbe esserci il nuovo Capo dello Stato. Ma naturalmente il percorso non è così lineare e la strada è tutt'altro che in discesa. Per questo Renzi continua a tenere le carte coperte. Smentisce innanzi tutto che prima di Natale abbia incontrato in gran segreto Silvio Berlusconi, quindi invita nuovamente a lasciare da parte quello che ha ribattezzato il gioco dell«indovina chì. "Ora - dice - non serve una discussione sui nomi, diventerebbe ridicolo. Ora discutiamo del profilo: un grande arbitro che aiuterà il Paese a crescere, custode e garante dell'identità nazionale. Stavolta non possiamo fallire".     E impazza il toto-nomi per il post-Napolitano. Inevitabile comunque che nella mente del premier passino i pensieri e soprattuto i nomi di quelli che al momento vengono inseriti nelle prime file della griglia di partenza della corsa al Quirinale. Il primo segretario del Pd Walter Veltroni e l'ultimo segretario dei Ds Piero Fassino, che potrebbero unire i Democratici o comunque incontrare meno contrarietà all'interno del partito. "Dobbiamo eleggere il Capo dello Stato che rappresenta tutti gli italiani. E la scelta del futuro Presidente non può coincidere con una sorta di primarie del Pd" afferma però il leader del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano, lasciando intendere, come affermato a più riprese, di non gradire al Colle un esponente con un profilo marcatamente di sinistra. In quest'ottica crescono allora le quotazioni dell'ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti e soprattutto del giudice costituzionale ed ex ministro Sergio Mattarella. Un nome che però potrebbe risultare indigesto a Silvio Berlusconi, ricordando la vicenda che nell'agosto del 1990 vide protagonista l'allora esponente della sinistra Dc, che con altri quattro ministri lasciò il governo presieduto da Giulio Andreotti in polemica con l'approvazione della legge Mammì sull'emittenza. Per ora tuttavia l'ex premier ribadisce: il nuovo Capo dello Stato dovrà essere garante di tutti.

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