Eccolo lì, l’errore degli errori nella tre giorni in Francia. Sta tutto nel vizio ideologico della gauche, che in un Paese sotto attacco si ritrova ad affibbiare dannose patenti di legittimità democratica (vi ricorda qualcuno?). E così, quando si gettavano le basi della marcia di Parigi, la sinistra francese negava (metaforicamente) il pass a Marine Le Pen. Nelle parole del socialista Francois Lamy (il cui partito è tra le sigle che hanno organizzato l’iniziativa) risiede, macroscopico, il senso di un limite culturale. Il Front, ha spiegato Lamy, divide il Paese, stigmatizza i nostri concittadini musulmani e gioca con la paura. A poco è valsa la flebile correzione di rotta del Presidente Hollande, il quale ha ricordato che l’iniziativa è aperta a tutti i cittadini, e quindi, ovvio, anche a militanti, dirigenti e leader del Front National. Troppo tardi, il senso politico dell’unità vera nazionale era crollato sotto il peso dello «zelo democratico». Ormai quindi, la Le Pen non ci sarà, oggi, a Parigi. Ma andrà nella Francia più profonda, il «payse reel», a Beaucarie, 16 mila anime in Linguadoca, dove il sindaco, del Front National, ha messo in piedi anche lui una marcia. E nella provincia francese saranno anche gli altri esponenti della destra, secondo disposizioni della leader. L’errore degli errori, dunque. Quello di chi vuol rispondere alla spada dell’Islam con il vecchio arco costituzionale, e crede, retaggio vecchio anche questo, che si possa prescindere dai brutti e cattivi quando è in gioco la sopravvivenza di una civiltà. E si illude che per difendere l’Occidente basti un’armata in guanti bianchi, maneggiona dei distinguo, della frase giusta al posto giusto, ispirata dagli intellettuali che si scapicollano nella guerra preventiva all’islamofobia mentre una freccia nera fende il cuore dell’Europa, e il grido Allah Akbar risuona in una strada atterrita di una Capitale occidentale realizzando il sogno dello Jihad, «lo sforzo» estremo, la «lotta». Da condurre senza limiti di tempo dopo che è stata lanciata la chiamata alle armi. Quello di Parigi, quindi, è stato un attacco contro il Dar al Harb, «la Casa della Guerra», la parte del mondo popolata dai miscredenti, la cui conquista è un obbligo morale e religioso da perseguire fino alla vittoria definitiva. Allah Akbar, quindi, sottotitolo degli spari in mondovisione, le fughe rocambolesche, la libertà quotidiana senso di una storia, la nostra storia, squarciata da un assassino che piomba mentre si fa la spesa o si attacca a lavorare. O ancora le biografie dei criminali mandate in rullo dai Tg e sparate in prima dai giornali, a dimostrare che, ora, realizzare il sogno nero è possibile, e tutti possono e devono sentirsi in ballo. La logica ce la spiega bene Bernard Lewis, islamista inglese quasi centenario, in un volumetto di qualche anno fa, dove scrive che nell’ammo ntare degli hadith (cioè testi riguardanti cose fatte e dette da Maometto raccolti e tramandati) prevale l’accezione del Jihad come offensiva militare. Anche se, in alcune parti, assume una connotazione di «sforzo» morale o spirituale, rivendicata e promossa dai teologi sciiti e riformisti. L’universo esegetico e teologico dei testi islamici è monumentale, e perciò scivoloso. Tuttavia la paura di scivolare non deve indurre a negare l’esistenza di un orientamento ideologico solido, molto solido, che prende per mano migliaia di ragazzi come i fratelli Kouachi o il loro compare Coulibaly e li porta ad abbeverarsi di odio e partire, colpire, fuggire. Mentre molti fra noi hanno paura di scottarsi semplicemente guardando, i killer di Parigi nell’acqua bollente nuotavano e molti altri con loro. Quell’acqua dei quartieri periferici dove comunità si autoregolano con la sharia, quella dei parchi dove si reclutano nuovi «guerrieri» da spedire sui fronti caldi, quella degli effetti di un’immigrazione incontrollata. Quanti pensano che il problema sia fare bella figura, usare parole belle, si sono avvitati nel dividere la Francia in Serie A e Serie B. Non a caso, Jean Marie Le Pen, padre del Front National oltre che di Marine, ieri ha sparigliato: «desolee, je ne suis pas Charlie», «spiacente, non sono Charlie», ha detto, ricordando le volte in cui la rivista satirica «anarco- trozkista» ha chiesto di sciogliere il suo partito. Ha però ribadito il dolore per la morte dei «dodici compatrioti» della redazione, «di cui non voglio nemmeno sapere l’identità politica, per quanto la conosca bene». Affermazioni molto più complesse di quanto possano sembrare. Nel momento in cui la ferita è ancora completamente aperta, ha riaffermato quindi due identità: quella del Front, cioè della destra, e quella francese. Loro ballano da soli, quindi, come sempre e ancora di più, basti vedere l’annuncio della leader Marine di un referendum per reintrodurre la pena di morte. Nei giorni infausti in cui, a sapere di muffa, in realtà è proprio il mondo dei buoni. Il mondo dei governanti, delle Istituzioni comunitarie, dei profeti del multiculturalismo. Oggi saranno tutti lì, a onorare un popolo, francese ed europeo insieme che, ognuno nel proprio campo, non hanno saputo difendere.
Anziché il terrorismo si combatte l’islamofobia
di Pietro Di Leo
