Il «pretesto» è la convocazione della miniseduta per «incardinare» il milleproroghe. Inevitabilmente, il ritorno di (pochi) parlamentari a Montecitorio si trasforma nella resa dei conti sul cosiddetto «salva-Berlusconi», la norma comparsa nella riforma del Fisco che avrebbe potuto consentire il recupero dell’agibilità politica dell’ex premier e che è stata immediatamente «sospesa» da Renzi. Ad andare all’attacco è il MoVimento 5 Stelle, per bocca di Alessandro Di Battista, tra i cinque membri del direttorio nominati da Grillo: «Palazzo Chigi - spiega il deputato - assomiglia a uno di quei rioni in mano alla camorra dove nessuno sa nulla all’inizio e poi, alla fine, qualcuno parla per proteggere qualcun altro». Il riferimento è all’origine di quella norma sospetta oggetto di un vero e proprio «giallo». Prima, almeno, che il premier Matteo Renzi se ne assumesse totalmente la paternità. «Renzi ha appena ammesso di averla fatta inserire lui l’oscena norma salva Berlusconi» attacca Di Battista, ma «sta proteggendo qualcuno. E chi sta proteggendo è Verdini. È lui che ha fatto inserire la norma». L’affondo contro l’ex coordinatore del Pdl è pesante: «In Forza Italia e nel centrodestra molti lo odiano. Il curriculum di Verdini è indecoroso anche per loro - continua Di Battista - È Berlusconi che governa, non Renzi. Ed è Berlusconi che chiede risultati a Verdini. Siamo nel 2015, ci auguriamo ultimo anno in cui ci tocca denunciare queste schifezze in Aula». Immediata la replica del Pd per bocca di Walter Verini: «Il decreto è stato fatto certamente per combattere l’evasione e non per favorire qualcuno e credo che sia malafede se si insiste su questo punto. Altra cosa è discutere sul merito del decreto. Le commissioni avranno tutte le possibilità di farlo, ma mettere in discussione che il governo voglia introdurre norme per fare un favore a qualcuno è malafede, mentre ammettere di aver fatto errori è segno di forza». C’è anche, nella maggioranza, chi difende la norma: «Io trovo sacrosanto - scrive in una nota il deputato di Scelta Civica Gianfranco Librandi - che un’evasione fiscale inferiore al 3% del reddito imponibile sia punita solo con una sanzione amministrativa, oltre che con il pagamento per intero del dovuto. Stiamo parlando di 3mila euro per un’impresa con imponibile di 100mila euro, o di 900 euro per un’imponibile di 30mila. Centinaia di migliaia di piccoli imprenditori si trovano spesso ad aver evaso il fisco per valori minimi, magari per difficoltà del momento o complicazioni assurde del sistema tributario. Una misura di questo tipo è ciò che serve per avere un rapporto pacifico e non conflittuale tra fisco e contribuente». «È assurdo pensare di aspettare la fine della pena di Silvio Berlusconi per adottare un decreto attuativo della delega fiscale», conclude Librandi. Dall’opposizione, invece, è Sel ad andare all’attacco del governo: «In una democrazia pienamente liberale - scrive su Twitter il capogruppo dei deputati Arturo Scotto - il giorno dopo il salva-Berlusconi qualcuno si sarebbe dimesso. Non manca l’ennesima puntata del giallo sull’autore della norma incriminata. Dagospia, infatti, ieri ha pubblicato un’indiscrezione su un presunto incontro al ministero dell’Economia tra Pier Carlo Padoan, il sottosegretario Luca Lotti, il costituzionalista Franco Gallo e l’avvocato di Berlusconi Franco Coppi. Un vertice svoltosi alla vigilia del Cdm e servito, scrive il sito, per redigere la «soluzione 3%». Tutti i protagonisti, però, hanno smentito seccamente l’indiscrezione.
Rissa in Aula sul «salva-Berlusconi»
Si discute di Milleproroghe ma i grillini attaccano: «Palazzo Chigi come i rioni della Camorra» LEGGI ANCHE Se c'entra il Cavaliere non se ne fa nulla
