E qui da noi ancora si piange. L’Istat, nell’ultima nota mensile del 2014, ha scritto chiaro e tondo che sul fronte lavoro è ancora buio pesto, sottolineando il valore «sensibilmente più elevato» del tasso di disoccupazione rispetto alla media europea. L’ultimo dato disponibile, infatti, tocca quota 13,2%, in aumento di un punto su base annua. Disoccupazione giovanile (15-24 anni) al 43,%. E pensare che il «lavoro» è stato fin da subito un cardine della propaganda renziana, propinata in tutte le salse dal giorno dell’insediamento. Dallo smielato, al lapidario via twitter, fino alla versione lancia in resta anti Cgil e sinistra Pd. A ogni occasione la sua formula, come le stole nella Messa. E così, esordendo alle Camere, lo scorso 24 Febbraio, il Presidente del Consiglio richiamava a un’Italia che «vuole diventare il luogo delle opportunità». E via con una perla da Libro Cuore: «Ho chiamato un mio amico che ha perso il posto di lavoro: capire che cosa significa incrociare lo sguardo di un babbo che ha perso il posto di lavoro segna la differenza tra la propaganda e la nostra politica». Qualche giorno dopo, il premier si trovò di fronte alla prima, devastante, fotografia dell’Istat (disoccupazione al 12,9%), cui contrappose un tweet «Cifra allucinante, ecco perché il primo provvedimento sarà il jobs act». Proprio il primo non è stato, visto che è arrivato solo a dicembre. Tuttavia il provvedimento, e con esso il tema occupazione, si è snodato come un serpentone per i mesi successivi, tra promesse e certezze (allo specchio) del premier. 3 settembre scorso. Il contesto è un’intervista al Sole 24 Ore , quella, per intenderci, dove il direttore Roberto Napoletano descrisse la scena di Renzi che, mentre parlava, giocava con una sciabola rischiando di buttar giù un lampadario («in quel lampadario per un attimo ho visto l’Italia e il suo rischio di caduta fragorosa», scrisse Napoletano). Il premier tornava sulla necessità di garantire «opportunità serie ai troppi giovani senza lavoro e ai troppi quarantenni/cinquantenni che la sera vanno a letto con un’occupazione e la mattina dopo si svegliano senza un impiego e senza la speranza di riceverlo». Giorni dopo, a Detroit, visitando gli stabilimenti Fiat- Chrysler, assicurò: «A me sta a cuore ridurre la disoccupazione» e «per far questo metteremo in campo tutte le misure necessarie». E parlando a Oggi , nello scorso ottobre, Renzi si disse certo che «i cambiamenti che abbiamo messo in campo e stiamo realizzando, dal lavoro alla giustizia, dall’economia, al ridisegno delle nostre istituzioni, cominceranno presto a dispiegare i loro effetti». Dove quel «presto» appare ancora come una corda tesa sull’abisso. Poi ancora, nella tormentata direzione nazionale del 29 settembre, quella dell’apice dello scontro con la minoranza Pd, Renzi, provò a convincere nell’ottica di «una profonda riorganizzazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare». E ben spavaldo è stato il guanto della sfida ai sindacati, basti ricordare una sua intervista a Rtl 102.5 il 20 novembre: «Non mi preoccupo di far scioperare le persone ma di farle lavorare». Il tempo corre ai trionfalismi natalizi: «È una rivoluzione copernicana», ha esultato lo scorso 24 dicembre, parlando del Jobs Act. Neanche il tempo della prima fetta di panettone, che è cominciata la gazzarra sull’applicabilità o meno del provvedimento al pubblico impiego. Ora nei prossimi mesi ci sarà la prova del nove, ma senza aumento della domanda interna, la «svolta buona» rimarrà solo nel sogno di qualche tweet.
Renzi e l’occupazione: solo chiacchiere
All’inizio del mandato il premier ha promesso miracoli. Ma l’Istat fotografa il tracollo LEGGI ANCHE A Madrid e Berlino più lavoro. In Italia no
