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La vigilessa sott'accusa: «È la manina»

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Manzione, fedelissima del premier, indicata come l'autrice dell'articolo incriminato Ex comandante dei vigili di Firenze, oggi guida l'ufficio legislativo dell'esecutivo

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Chi si trovasse a passare per piazza Colonna di sera, anche a tarda ora, potrebbe rivolgere lo sguardo verso palazzo Chigi, verso l'alto, in alto a destra per la precisione. La finestra ad angolo, la si riconosce subito perché ha un balconcino, è l'unica con il balconcino, uno dei più begli affacci di Roma. Molto spesso la luce di quell'ufficio è accesa sino a tardi. È lo studio del capo del Dagl, un'astrusa sigla che racchiude un grande potere. Quell'acronimo sta per Dipartimento Affari Legali e Giuridici della presidenza del Consiglio. In pratica passa tutto di là. Tutti i provvedimenti che andranno poi al Consiglio dei ministri. Ma anche tutti gli atti del premier. È in sostanza il suo braccio operativo. Non l'unico ma uno dei più importanti. La guida dell'ufficio legislativo di palazzo Chigi è stato spesso appannaggio di magistrati, in particolare dei consiglieri di Stato. Con Renzi arriva aria nuova. Il premier impone al vertice di quell'ufficio Antonella Manzione. Per molti alti burocrati è una forzatura, la Manzione non avrebbe i titoli: la Corte dei Conti, preposta a verificare l'idoneità, dà però il via libera (dunque non è vero che sono tutti gufi e frenatori). Ma soprattutto tanti storcono il naso perché la Manzione, in precedenza, è stata comandante dei vigili urbani di Firenze. Tra i giuristi d'un certo rango si suole dire con un po' di snobberia: «Questa norma la può capire anche un vigile urbano», per dire che è accessibile a tutti. Dunque, mettere un ex comandante della polizia municipale in quella posizione suona nei palazzi romani come un affronto. La Manzione, tuttavia, non si scompone. Ha un piglio autoritario e decisionista. Studia, studia, studia. Si prepara. E piano piano si segnala per questo suo rompere gli schemi. Entra in frizione anche con gli uffici stessi di palazzo Chigi e si narra di furibondi scontri con gli uomini di un altro ufficio determinante, la Segreteria generale della presidenza. Ha il sostegno del grande capo, ovvero Matteo, con il quale comunica frequentemente via sms anche durante le riunioni preparatorie del Consiglio dei ministri. Lei tira dritto e a settembre non le manda a dire. Racconta in un'intervista al Messaggero di come è stata dura la resistenza al suo arrivo in presidenza. Infuria nel governo una polemica sul decreto Sblocca Italia. Ma Antonella è forte, è una delle poche persone di cui Renzi si fida davvero. Adesso si trova, la Manzione, ad affrontare un altro momento difficile. Viene accusata di essere lei la "manina" che ha infilato nel decreto legislativo fiscale la norma "Salva Berlusconi". Proprio lei che non si è mai vantata di essere un'esperta di norme a carattere fiscale o finanziario. Matteo, da vero grande capo, ha subito coperto il suo uomo, o meglio la sua donna. E ha rivendicato di aver voluto lui quella norma. Ma quando? Al Tesoro giurano che il decreto legislativo uscito dagli uffici di via XX settembre non conteneva la "Salva Berlusconi", come ha spiegato anche il sottosegretario all'Economia Zanetti che ne ha seguito il "parto". Piuttosto hanno scoperto dell'esistenza dell'ormai famoso articolo 19 bis dal comunicato finale del Consiglio dei ministri pubblicato dopo la riunione della vigilia di Natale. Dunque, l'aggiunta sarebbe avvenuta a palazzo Chigi. Ancora: quando? Matteo Renzi ha affermato nella conferenza stampa successiva alla riunione di governo di conoscere quel testo «a memoria, abbiamo letto articolo per articolo in Consiglio dei ministri». Eppure diverse fonti governative sostengono che invece il 19bis non c'era neanche in quella versione, che nessun ministro abbia obiettato alcunché semplicemente perché quella norma non è stata letta. Come se fosse stata aggiunta successivamente. Si tratta, come è ovvio, di una ricostruzione da prendere con il beneficio dell'inventario perché è improbabile che sia spuntata una norma fuori dalla collegialità del Consiglio. Il giallo, intanto, si infittisce.

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