Il Governo Renzi, stando alle notizie provenienti dall’India nell’autocensura imposta invece in Italia, prosegue nella disperata ricerca di una «via nascosta» che risolva una controversia decisamente aggravatasi con l’ultimo esecutivo. La «brillante» proposta formulata dal Governo dopo che lo stesso presidente Renzi ha da mesi, come da lui stesso annunciato, preso in mano direttamente la questione anticipando che l’avrebbe onorevolmente risolta in quattro e quattr’otto, si è certamente avvalsa dei preziosi suggerimenti di un team di funzionari e di giuristi eminenti guidato, come reso noto con enfasi lo scorso luglio dall’allora Ministro Mogherini, dal grande giurista britannico Sir Daniel Betlehem, ben noto per aver difeso - e perso - la causa contro Israele sulla barriera di separazione in Cisgiordania. L’incredibile profferta del Governo Renzi al Governo Modi prevederebbe: 1) scuse ufficiali dell’Italia all’India, per un crimine mai commesso; imputato dall’India a soldati italiani senza nessuna prova; asserito dalla giustizia indiana senza aver mai aver neppure concluso le indagini, o anche solo avviato un processo; sul quale in ogni caso l’India non ha alcun diritto di giudicare ai sensi delle vigenti Convenzioni internazionali (Unclos); 2) pagamento di una cospicua somma di denaro (ovviamente del contribuente, non di chi ha elaborato la bizzarra profferta) ai famigliari delle povere vittime, a prescindere da qualsiasi previo accertamento di responsabilità sull’incidente; 3) la «concessione» dell’India all’Italia di processare Latorre e Girone sul suolo nazionale. Per la millesima volta moltissimi di noi continuano a chiedersi quale sia questa formidabile «Ragion di Stato» che dovrebbe permettere tutto - rinunce di sovranità, ammissioni di colpe inesistenti, pagamenti sottobanco - nella soluzione della controversia con l'India; tutto tranne l’unica via dettata dal più elementare buon senso, dalla esistenza di precise procedure perfettamente applicabili al caso marò, dalla disponibilità espressa da autorevoli istituzioni internazionali che si sono persino offerte di aiutare l’Italia senza che il Governo Renzi si sia neppur peritato di rispondere, o di attivarle come i ministri Mogherini, Pinotti, Gentiloni, nonché viceministri e sottosegretari vari vanno pubblicamente promettendo da diciotto mesi. Parlo della Croce Rossa Internazionale, dell'Alto Commissariato Onu per i Diritti dell’Uomo, dell’Arbitrato Obbligatorio Unclos, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Quale suprema ragion di Stato incatena in ginocchio l’Italia dinanzi all’India? Nessuno ce la spiega. Interessi economici? Influenze del malaffare? Sudditanze «psicologiche» di chi, in posizioni di responsabilità dovrebbe studiare meglio come si tratta e si negozia seriamente, nella consapevolezza della propria dignità e dei propri diritti a livello internazionale, senza pensare che tutto può sempre essere risolto con trovate estemporanee, al ribasso, facendo leva sempre su pagamenti o concessioni sottobanco, dietro fitte coltri di nebbia. Molti hanno mostrato sorpresa per il fatto che i marò fossero assenti dal discorso di fine anno del Capo dello Stato. Ma forse anche questo rispondeva alla «consegna del silenzio». Le ultime notizie, sempre di fonte indiana, che rivelano un atteggiamento molto negativo del Ministero dell’Interno di New Delhi, non fanno che confermare l’illusorietà delle valutazioni del Governo Renzi. Vi sono settori del Governo Modi che insistono persino nel voler applicare al caso marò la legislazione antiterrorismo («Suppression of Unlawful Acts»). In una situazione resa sempre più complessa dall’inazione governativa nel tutelare, attraverso tutte le istanze internazionali, il fondamentale diritto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone a essere giudicati esclusivamente nel proprio Paese appare ancor più bruciante la domanda: perché a tante dichiarazioni del Governo Renzi, come prima del Governo Letta, non sono mai seguiti i fatti? Ancor meno comprensibile risulta il «timore reverenziale» dell’Italia verso l’India nell’adire la via di un Arbitrato delle Nazioni Unite. Neppure le Isole Marshall, così dipendenti dagli Usa, esitano a portare Washington dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia; né appaiono intimoriti, nell’avviare l’Arbitrato Unclos nei confronti di un gigante come la Cina, il Vietnam o le Filippine; e neppure si fa troppi scrupoli l’Olanda nei confronti della Federazione Russa quando invoca l’Arbitrato per la vicenda Greenpeace. E vi sono molti altri casi di soluzione delle controversie tra Stati in via arbitrale. Solo Roma, per motivi ignoti non avendoli il Governo mai spiegati, è «ferrea» nel rinunciare ai suoi diritti sul piano internazionale, proprio in un caso di estrema importanza per la sovranità e l’interesse nazionale.
In ginocchio non si tratta
di Giulio Terzi, ex ministro degli Esteri