Politica

Nessun ringraziamento per i militari

di Angelo Mellone

Il ritiro della missione di Herat è una di quelle pagine che andrebbero ricordate sui libri per la storia di onore e sacrificio che si porta dietro e che ancora una volta fa apprezzare il ruolo delle missioni militari italiane nel mondo. Esistono nel nostro Paese, anche nei livelli più alti delle istituzioni, dei residuati acidi del vecchio antimilitarismo e del noioso postpacifismo delle sinistre che scattano di riflessi condizionati ogniqualvolta si parla di spese per gli armamenti o costi delle missioni. Eppure, in questa Italia scalcagnata, scapestrata e disperata, devastata da una crisi morale che ammazzerebbe chiunque, le divise e la loro funzione sociale restano una di quelle poche cose di cui andare fieri, una delle poche certezze che sopravvivono nel mare di letame in cui siamo costretti a galleggiare per non affogare. Non abbiamo ascoltato ringraziamenti alle forze armate per il lavoro incredibile che hanno svolto negli ultimi anni, da ultimo il comportamento eroico ed esemplare della Marina militare nel salvataggio delle vittime di un traghetto in fiamme o delle migliaia di profughi che il neoschiavismo e le guerre sbattono al largo delle nostre coste. Le forze armate sono e dovrebbero restare un pilastro della nostra educazione civica, anche da quando l'abrogazione della leva obbligatoria ha fatto in modo che i giovani cittadini evitassero di spendere del tempo in un servizio per il bene comune. Troppo spesso lo dimentichiamo, come se la protezione dei confini nazionali o la sicurezza interna fossero dei diritti ascritti per volontà metafisica e non il frutto del sacrificio quotidiano di centinaia di migliaia di persone che hanno scelto di servire la patria come missione di vita e a cui va il ringraziamento degli italiani per bene. Senza piaggeria, senza falsi sentimentalismi, ma con una grande riconoscenza.

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