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Politica

29 Giugno, i soci chiedono il dissequestro

L’istanza inoltrata al Tribunale di Roma da 300 membri della società fondata da Buzzi

Le vicende corrono su binari del tutto paralleli, da una parte il procedimento penale su Mafia Capitale, dall’altra il destino dei beni tolti ai quasi quaranta arrestati nell'inchiesta della procura di Roma. Case, bar, veicoli, ma anche la galassia di cooperative sottoposte a sequestro a inizio dicembre, resteranno a lungo tra le braccia dello Stato, e potrebbero rimanerci anche a prescindere dall'esito delle indagini e dell’eventuale processo a carico di Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e sodali. Lo prevede espressamente il decreto legislativo 159 del 2011 (codice delle leggi antimafia), che consente - in presenza dei necessari presupposti - di blindare sequestri giudiziari e confische anche se l'imputato che li subisce viene assolto in qualsiasi grado di giudizio o se il suo reato va in prescrizione. I dipendenti delle coop sociali appartenenti o riconducibili a Buzzi ne sono pienamente consapevoli, e per questo scalpitano. In 300, tra i 1200 soci delle cooperative, hanno deciso di andare oltre le proteste e le manifestazioni presentando un’istanza di dissequestro di fronte al tribunale di Roma: le cooperative appartengono a noi tutti, è il ragionamento, perché dobbiamo pagare in 1000 per i reati del fondatore? Si tratta, nello specifico, dei soci della cooperativa "29 giugno onlus", i quali, nonostante le rassicurazioni e il lavoro fin qui svolto dai tre amministratori giudiziari nominati dal tribunale di Roma impegnati anche il primo dell'anno, sono consapevoli del lunghissimo iter cui sono destinati i beni sottoposti a sequestro. Per legge questa fase di sequestro non potrà durare più di 18 mesi. Poi, se il tribunale di Roma deciderà per la confisca, la gestione dei beni passerà dagli amministratori giudiziari all’Agenzia nazionale dei beni confiscati, deputata a esercitare un’attività diretta nelle ulteriori fasi di giudizio (Corte di appello e cassazione), per poi decidere sulla destinazione finale dei beni. Infatti, se sotto il profilo dei presupposti di applicazione della normativa antimafia le ipotesi accusatorie dei pm di piazzale Clodio verranno confermate con provvedimento passato in giudicato, i beni verranno destinati a utilizzi preferibilmente sociali, o, in alternativa, saranno venduti o concessi in locazione; il tutto salvaguardando, se possibile, i posti di lavoro dei dipendenti. Nel frattempo, sul fronte dell’inchiesta, gli inquirenti sono al lavoro sulle carte prelevate nelle perquisizioni. Il mese di gennaio è dedicato all’analisi dei dati, poi si tornerà all’azione. Nessuno degli arrestati sarà interrogato nelle prossime settimane. Mentre Massimo Carminati, sottoposto a regime di 41 bis e trasferito nel carcere di Parma, avrebbe liquidato in poche battute il deputato Pd che premurosamente era andato a trovarlo: «Sto bene, non mi manca niente, grazie».

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