Dante Alighieri, nella sua furia iconoclasta condita di succulenza verbale, verso tutte le città italiane, qualificati «brutti porci» i casentini, «dementi» i senesi, «botoli ringhiosi» gli aretini, «mezzani» i bolognesi, «pieni di magagne» i genovesi, decaduti i lombardi e bastardi i romagnoli, attribuì a tutti i romani d'esser «deformi» e «puzzolenti». Qualche anno dopo, nel 1956, mostrando maggiore benevolenza che non il sommo Poeta, Ennio Flaiano, definiva Roma «città di liberti, di clienti e di senatori decaduti che trascinano carrette o guidano taxi conservando nella tramontata potenza un rispettabile naso»; dove «Il cittadino non perde occasione per rendersi felice e agevolare, dietro compenso, la felicità altrui». Un rigido generale delle truppe occupanti la capitale durante l'ultima guerra, ne aveva stigmatizzato la più squisita natura, con una frase icastica: «Come ci si corrompe bene in questa città!». Conviene ricordarla questa breve rassegna, quando il fuoco dell'attenzione si concentra sui profili antropologici di un fenomeno criminale specificamente capitolino, entrato ormai nel «mito», quale fu, negli Anni Settanta e Ottanta, l'associazionismo delinquentesco della capitale: la Banda della Magliana. E su quella banda si deve necessariamente tornare a puntare i riflettori, là dove si voglia ripercorrere la parabola di Massimo Carminati, il «nero» della fiction, nato a Milano e giunto a Roma negli Anni Settanta, dove inizia a frequentare la sezione del MSI di viale Marconi e poi quella del Fuan di via Siena, al quartiere Nomentano, quindi milita per qualche tempo, in Avanguardia Nazionale, fino a che, grazie alla frequentazione con Alessandro Alibrandi, Giuseppe Valerio Fioravanti e Franco Anselmi, amici e compagni di scuola, approda alla militanza politico-eversiva, nei Nuclei Armati Rivoluzionari, per imboccare, alla fine, la strada della riconversione da delinquente politico a criminale tout court, nella banda della Magliana, per l'appunto. Il catalizzatore di questa metamorfosi è Aldo Semerari, neuropsichiatra e criminologo, propugnatore di teoriche antisemite e visceralmente anticomunista, dopo essere stato, durante la prima metà dei Cinquanta un convintissimo militante della corrente stalinista del PCI, il quale ha intessuto ottime relazioni, grazie anche al vincolo massonico, nei contigui mondi dell'accademia, della curia e del foro: professore ordinario alla Sapienza, direttore dell'Istituto di Psicopatologia forense, presta la sua opera di perito psichiatrico e di consulente in molti dei casi giudiziari più rilevanti degli Anni Settanta, come, ad esempio, quello relativo all'omicidio di Carla Gruber ad opera di Luciano Luberti, il Boia di Albenga, al quello di Pier Paolo Pasolini, ai misfatti della gang dei Marsigliesi, nonché nei processi a carico di mafiosi e di camorristi della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. Il rapporto che lega Semerari alla banda della Magliana e l'importanza delle relazioni fra la banda e il mondo dell'eversione neofascista sono esemplari di come servizi segreti deviati, logge massoniche coperte e poteri occulti d'ogni genere, ma anche apparati istituzionali, grazie proprio ai buoni uffici del luminare, signoreggino la criminalità organizzata sia comune sia mafiosa sia politica. Il professor Semerari coltiva solidi rapporti sia con i più accesi ambienti neofascisti, da Ordine Nuovo al Movimento Rivoluzionario Popolare, a Costruiamo l'azione, sia con esponenti di primo piano degli ambienti criminali romani e campani, a favore dei quali non disdegna di svolgere perizie di comodo, consentendo, in tal modo, ai più pericolosi malfattori rapide scarcerazioni o, comunque, comode detenzioni negli ospedali psichiatrici. Di qui a proporsi di cementare tutte quelle consorterie delinquentesche in un unico aggregato antistatuale, orientato alla realizzazione di attentati dinamitardi, sequestri di persona, traffici di armi, il passo è breve: in virtù della sua naturale predisposizione all'intrallazzo paludato, ai malfattori d'ogni risma, a cui ha assicurato ed è in grado di assicurare ancora l'impunità, prestando a tale scopo, talvolta addirittura gratuitamente, la sua «fraudolenta» opera di perito, può chiedere qualsiasi contropartita. E la ottiene. È Paolo Aleandri, esponente di Ordine Nero, formazione eversiva neofascista e tra i fondatori dell'organizzazione terroristica Costruiamo l'Azione, nome di copertura «Maurizio», a tenere per conto di Semerari e del professor Fabio De Felice, i contatti con il capo della P2 Licio Gelli. Mentre Alessandro «Zanzarone» D'Ortenzi, persona dai prestigiosi trascorsi delinquenteschi, già protagonista di una rocambolesca fuga in pigiama dall'ospedale Forlanini, procura il contatto tra la banda della Magliana e Semerari. Vi sono alcuni incontri fra gli esponenti più rappresentativi del sodalizio criminale e gli epigoni di Ordine Nuovo, vale a dire Semerari, De Felice, Sergio Calore e Paolo Aleandri. Alla fine, questi ultimi s'impegnano a fornire elementi utili all'organizzazione malavitosa, per l'individuazione, ad esempio, di possibili obbiettivi di sequestro di persona. In concreto, tuttavia, non se ne fa quasi nulla. L'unico episodio accertato di rapporti operativi tra neofascisti vicini al criminologo ed esponenti della banda della Magliana, smentisce, più che confermare, l'auspicata «cooperazione»: nel 1979, Franco Giuseppucci chiede a Paolo Aleandri di custodire un «borsone», con delle armi della banda, ma alcune persone della destra «smarriscono» una parte di quel carico o molto più probabilmente se ne appropriano indebitamente; così, quando ad Aleandri se ne richiede la restituzione, non è in grado di adempiere. Trattenuto un paio di giorni in un appartamento, Aleandri è liberato solto dopo che una borsa di armi viene consegnata ad emissari della banda. Le cose vanno diversamente, invece, per quanto concerne i rapporti sicuramente intrattenuti dalla banda della Magliana con esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, non mediati, però, dal professor Semerari. Quando, infatti, nel 1979, Danilo Abbruciati esce dal carcere, ha stretto rapporti con Egidio Giuliani, nella strategia del cui gruppo rientra la fornitura di supporti logistici a tutto tondo, dall'estrema destra all'estrema sinistra e, perché no, anche alla malavita comune. Abbruciati, inoltre, ha conosciuto anche Carminati, Alessandro Alibrandi, poco prima che morisse, e Pasquale Belsito. Tutti, del resto, già aggregati da Franco Giuseppucci: il gruppo di Carminati è entrato in contatto con la banda, ormai strutturata, per il reinvestimento di denaro e il riciclaggio di preziosi provenienti da rapine, come nel caso dei traveller cheques frutto di quella alla Chase Manhattan Bank. Con Massimo Carminati, esperto in armi ed esplosivi e che s'è dato da fare per la liberazione di Paolo Aleandri, si è instaurato ben presto un rapporto di fiducia. Al punto che, nel suo entourage terroristico, si è insinuata la convinzione che per soldi egli abbia preferito alla militanza ideologica la criminalità organizzata: non a caso, Giusva Fioravanti lo definisce un «signor bandito». La sera del 20 aprile 1981, mentre si appresta a passare la frontiera Svizzera con due camerati, Alfredo Graniti e Domenico Magnetta, e un tesoro in dollari e preziosi nascosto nell'auto, Carminati viene intercettato dalla polizia. Ne segue un conflitto a fuoco: ferito a un occhio, che perderà, viene arrestato. Si legherà allora sempre di più ai Testaccini e, in particolare, a Enrico «Renatino» De Pedis. Anche a causa di questo suo apparire una sorta di anello di congiunzione tra i gruppi eversivi di estrema destra e la criminalità romana il suo curriculum processuale s'arricchisce. Secondo alcuni pentiti, avrebbe avuto un ruolo nel depistaggio delle indagini sulla strage Di Bologna: il 13 gennaio 1981, in una valigetta rinvenuta sul treno Taranto-Milano, contenente un fucile da caccia, due biglietti aerei a nome di due estremisti di destra, dell’esplosivo T4 dello stesso tipo utilizzato per la strage del 2 agosto 1980, si trova anche un mitra Mab proveniente dal deposito-arsenale della banda all'interno del Ministero della Sanità. Analizzando quell'arma, gli inquirenti risalgono ai legami tra la banda e la destra eversiva dei Nar. Per questa vicenda, il 9 giugno 2000, in primo grado, Carminati viene condannato a 9 anni di reclusione con il generale del Sismi Pietro Musumeci, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, il colonnello del Sismi Federigo Mannucci Benincasa e Licio Gelli. Dell'episodio, però, saranno ritenuti responsabili, con sentenza definitiva, i soli Musumeci e Belmonte, mentre Carminati verrà assolto in appello. Altri pentiti lo accusano di aver concorso nell'omicidio di Carmine «Mino» Pecorelli, direttore del settimanale Osservatorio Politico O.P., iscritto alla P2 e vicino ai servizi segreti. Ma dopo tre gradi di giudizio, nell'ottobre del 2003, la Cassazione assolve Carminati «per non avere commesso il fatto».
Ascesa e caduta di Massimo «il Nero»
Il giudice della Magliana ricostruisce la carriera dell’estremista Carminati. Dal Msi alla «Bandaccia» fino al delitto Pecorelli (per il quale venne assolto)
