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Politica

La maionese delle riforme non può impazzire

di Francesco Damato Non per voler dare ragione a Matteo Renzi, del quale si fa sempre più fatica a seguire e comprendere le scalate, ma la sua diffidenza verso il percorso delle riforme...

Non per voler dare ragione a Matteo Renzi, del quale si fa sempre più fatica a seguire e comprendere le scalate, ma la sua diffidenza verso il percorso delle riforme istituzionali scelto dalla maggioranza delle larghe intese ha trovato ieri piena giustificazione nell’avvio dei lavori del comitato dei 35 esperti nominato dal governo. I cui compiti sono risultati largamente al di sotto delle previsioni o degli annunci, essendo stato spiegato che in ottobre, quando si prevede che potrà insediarsi la commissione bicamerale promossa con una legge costituzionale appena sottoposta all’esame del Senato, i saggi stenderanno solo una "relazione" sulle possibili "ipotesi". Non quindi proposte vere per facilitare al committente governativo la partecipazione al processo riformatore. Per quanto anomala, una partecipazione del governo a questo processo non sarebbe per niente scandalosa, vista l’importanza data alle riforme dallo stesso presidente del Consiglio, che ne ha fatto una ragione d’essere della sua compagine ministeriale, a tal punto da avere fissato davanti alle Camere un termine di 18 mesi per valutare se poter proseguire o doversi dimettere. Un termine però che ieri, sentendo evidentemente puzza di bruciato, specie di fronte all’euforia di certa sinistra conservatrice per i successi conseguiti nelle elezioni amministrative, il ministro competente Gaetano Quagliariello ha ridotto a quattro. Entro metà ottobre l’esponente del Pdl si è infatti proposto di capire se "la maionese ha preso o no", pronto - ha avvertito - a "prendere atto" di un eventuale quadro negativo. Che toglierebbe ossigeno al governo e alla maggioranza. Nel frattempo la Corte Costituzionale avrà probabilmente trovato anche il tempo di pronunciarsi sulla legittimità dell’attuale sistema elettorale, essendone stata investita dalla Cassazione. Se sarà bocciatura, il cosiddetto Porcellum in vigore dal 2006 cadrà o sarà mutilato per mano dei giudici della Consulta. E il capo dello Stato potrebbe trovarsi nella clamorosa necessità di autorizzare il governo a tradurre le indicazioni della Corte in un decreto legge, spianando così anche la strada alle elezioni anticipate. Uno scenario forse da brividi, di cui i partiti avrebbero però tutta la responsabilità per la loro perdurante impotenza. O imprudenza.

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