A Palazzo Chigi e al Quirinale hanno fatto ieri il possibile, e forse anche di più, per infondere sul percorso della riforma istituzionale un ottimismo vero, non d'obbligo, minacciato tuttavia, come vedremo, dalla confusione esistente nel Pd. In particolare, a Palazzo Chigi il governo ha varato il disegno di legge costituzionale che, se approvato sulla corsia d'urgenza proposta dal ministro dei rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, consentirà entro ottobre la confluenza delle commissioni degli affari costituzionali delle due Camere in un organismo unico di 40 parlamentari, incaricato di redigere un organico progetto di riforma entro febbraio dell'anno prossimo. Quando, secondo il "cronoprogramma" descritto dal ministro del ramo, che è Gaetano Quagliariello, la riforma dovrà approdare nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama, o viceversa, per uscirne approvata con la procedura del doppio passaggio in entrambe le assemblee entro ottobre dello stesso anno. Cioè alla scadenza dei diciotto mesi assegnatisi dal presidente del Consiglio nel discorso programmatico del 29 aprile scorso per valutare le prospettive della maggioranza. Al Quirinale, dal canto suo, Giorgio Napolitano ha praticamente insediato il comitato speciale di 35 esperti nominato l'altro ieri dal governo per offrire al Consiglio dei Ministri entro l'autunno prossimo gli elementi necessari alla formulazione del progetto da proporre alla commissione dei 40 parlamentari che nel frattempo dovrebbe essersi formata. Ma sul Colle il presidente della Repubblica ieri ha fatto anche altro, destinato nelle sue intenzioni a facilitare il percorso della riforma della Costituzione e il confronto fra i partiti. Egli ha opposto una infastidita e secca smentita al giornale "Il Fatto" e a quanti altri avevano attribuito il significato di un termine perentorio alla "congruità" da lui riconosciuta ai 18 mesi assegnatisi dal governo per un bilancio risolutivo della sua azione. Mesi pertanto che potrebbero anche aumentare se i partiti della maggioranza, avvicinatisi al traguardo della riforma della Costituzione, dovessero avere bisogno di più tempo per raggiungerlo davvero. Non certo per inconcludenti manovre dilatorie. D'altronde, lo stesso presidente del Consiglio presentandosi alle Camere a fine aprile parlò della scadenza dei 18 mesi per verificare non l'approdo vero e proprio ma "la vista del porto". Cioè le condizioni di navigabilità, che non possono ovviamente essere garantite solo dal governo, con gli atti già compiuti e con quelli che seguiranno. Esse dipenderanno anche, o soprattutto, dai partiti che lo compongono, dal dibattito che si svolge al loro interno e dai rapporti che ne conseguiranno. E' su questo terreno che l'ottimismo espresso e diffuso ieri da Palazzo Chigi e dal Quirinale potrebbe scontrarsi con una realtà negativa. Il segretario temporaneo del Pd Guglielmo Epifani ha in questi giorni visto e indicato rischi destabilizzanti nel Pdl per effetto delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. E delle reazioni che potrebbero seguire ad un loro sviluppo o epilogo contrario all'imputato, per quanto il Cavaliere abbia più volte negato di volere collegare i suoi processi con i problemi del governo. A complicare i quali il Pd certamente non si risparmia preparandosi ad un congresso ad altissima tensione, sulla cui strada corrono progetti e candidature le più diverse: sia alla segreteria sia a Palazzo Chigi, nonostante sia appena arrivato alla presidenza del Consiglio un dirigente di partito come Enrico Letta, vice segretario con Pier Luigi Bersani per tre anni e mezzo, sino al collasso politico dell'uomo di Bettola. È una tensione, quella del congresso autunnale del Pd, di cui ha già fatto le prime spese proprio il percorso della riforma istituzionale, vista la frenata imposta dalla sinistra più antiberlusconiana alle aperture dello stesso segretario provvisorio Epifani e di esponenti autorevoli come Romano Prodi, Walter Veltroni e Matteo Renzi allo scenario del semi-presidenzialismo alla francese. Che porterebbe all'elezione diretta del capo dello Stato da sempre voluta da Berlusconi, ma anche al sistema del doppio turno per l'elezione dei parlamentari lungamente reclamato dal Pd e sigle precedenti. Un semi-presidenzialismo contro il quale "l'Unità", come denunciato da noi mercoledì, ha cercato di arruolare persino il capo dello Stato richiamandosi ad un suo discorso del 2008, ma provocandone anche una immediata protesta. E la conferma della "neutralità" che Napolitano si è onestamente imposta, ora che il tema presidenzialista è rientrato nel dibattito politico con maggiori prospettive del passato.
L’ottimismo minacciato dal Pd
di Francesco DamatoA Palazzo Chigi e al Quirinale hanno fatto ieri il possibile, e forse anche di più, per infondere sul percorso della riforma istituzionale un ottimismo vero, non d'obbligo, minacci