Politica

Le storture della giustizia

di Francesco...

Solo in un sistema giudiziario ormai balordo come quello italiano possono accadere cose come quelle verificatesi negli ultimi giorni fra Palermo e Roma, fra un tribunale di primo grado e uno di ultima istanza e garanzia quale dovrebbe essere la Corte di Cassazione. Il tribunale di primo grado è quello che sta giudicando il generale dei Carabinieri e prefetto in pensione Mario Mori e il colonnello in servizio Mauro Obinu, per i quali il pubblico ministero Antonino Di Matteo ha chiesto venerdì scorso, rispettivamente, nove e sei anni e mezzo di carcere per la mancata cattura, nell'ottobre del 1995, del capomafia Bernardo Provenzano. Di cui sarebbe stata protetta la latitanza per effetto della trattativa condotta dallo stesso Mori negli anni precedenti con la mafia per scongiurarne o limitarne le stragi ordinate da Totò Riina. Che era stato arrestato nel 1993 grazie anche alle notizie ricavate in quel negoziato, diretto evidentemente a fare prevalere la parte allora "dialogante" della mafia su quella più violenta. In attesa però della sentenza su Mori, e sul suo "scudiero" Obinu, domani si aprirà, sempre a Palermo, un altro processo, anch'esso sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, in cui Mori fa compagnia come imputato ad una decina di persone di vario ordine e grado: militare, politico e mafioso. Un processo, quest'ultimo, che, già celebre di suo, si è guadagnato ulteriore interesse con l'inclusione del capo dello Stato in una lista di quasi 180 testimoni. Come se non fosse bastata e avanzata la parte già riservata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante le indagini per le "casuali" intercettazioni delle sue telefonate con uno degli imputati di falsa testimonianza: Nicola Mancino, ministro dell'Interno all'epoca della presunta trattativa, poi capogruppo dei senatori democristiani, poi ancora presidente del Senato e infine vice dello stesso Napolitano alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura. Un curriculum che da solo rendeva largamente prevedibili, altro che casuali, le telefonate con Napolitano, che tuttavia per ottenere la distruzione delle registrazioni, anche dopo la loro riconosciuta irrilevanza ai fini delle indagini da parte della Procura, dovette l'anno scorso ricorrere alla Corte Costituzionale. Mi chiedo e vi chiedo, con il buon senso del giornalista e del lettore, e a dispetto di tutti gli articoli e commi invocabili dai giuristi, se si può considerare logico ed efficiente un sistema nel quale si è giudicati contemporaneamente sullo stesso fatto, e nello stesso contesto, in due processi. Come sta accadendo appunto al generale Mori, accusato peraltro nell'uno e nell'altro dagli stessi pubblici ministeri. Non meno stravagante e illogica appare la decisione della Cassazione, motivando il rigetto della richiesta di trasferimento a Brescia dei processi milanesi a Berlusconi sui diritti televisivi e sul caso Ruby, di anticipare un orientamento, se non un giudizio, su un'altra questione della quale potrebbe occuparsi in ordine ad uno di essi: quello sui diritti televisivi. Che i giudici ambrosiani d'appello hanno condotto sino in fondo, con la conferma della condanna di primo grado, pur in pendenza di un ricorso alla Corte Costituzionale relativo alla fase di primo grado: in particolare, per il "legittimo impedimento" negato all'allora capo del governo Berlusconi in una udienza del 1° marzo 2010, coincidente con una seduta del Consiglio dei Ministri. Ebbene, i giudici della Cassazione hanno declassato ad "una recondita aspettativa" del Cavaliere la possibilità che la Corte Costituzionale gli dia ragione e possa risultarne "un effettivo rischio" di invalidare tutto ciò che seguì a quel mancato rinvio di udienza del 2010, comprese le condanne di primo e secondo grado. È francamente sembrato mancare ai giudici della Cassazione solo l'invito sfacciatamente arbitrario ed esplicito ai colleghi della Consulta di dire no pure loro al Cavaliere. Un no che griderebbe però vendetta.

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