di Marlowe Senza vestire la corazza dei salvatori della patria - tutti ricordiamo i due decreti "Salva Italia" e "Cresci Italia" - il governo Letta-Alfano-Saccomanni sta smantellando un pezzo alla volta l'opera del governo bocconiano. Sull'Imu siamo alla marcia indietro rispetto a una tassa che Mario Monti aveva trasformato in un totem. Ora tocca al lavoro dove era intervenuta Elsa Fornero. Il neoministro Enrico Giovannini lavora ad un decreto sulla flessibilità in entrata, cioè sui giovani da assumere con contratti a termine, per allentare i vincoli che la Fornero aveva stretto: dall'intervallo tra un'assunzione e l'altra, portato a 60-90 giorni e che potrebbe scendere a 20-30, alla durata del contratto, che oggi le imprese non possono fissare in più di un anno, fino al carico contributivo aumentato da Monti e che Letta vorrebbe ridurre. Insomma, contratti più flessibili e meno cari, in attesa che l'Europa allarghi anche qui i cordoni del rigore collocando i finanziamenti per la formazione e l'impiego degli under 25 fuori dai parametri Ue, come le infrastrutture strategiche. In questo caso si aprirebbe lo spazio per dare crediti fiscali e contributivi alle aziende che assumono giovani, ricalcando un po' la proposta elettorale del Pdl. Elsa Fornero ha prodotto due riforme, una positiva delle pensioni (esodati a parte); l'altra sul lavoro che si è rivelata un boomerang. Doveva aumentare la flessibilità in uscita, tutelando meno i già tutelati, e si è impantanata sull'articolo 18. Avrebbe dovuto stabilizzare e dare dignità ai precari ed ai giovani, e ha reso loro la vita ancora più difficile. Una riforma buona forse per un periodo di ripresa e vacche grasse; in recessione ha fatto da moltiplicatore alla crisi, come molte altre cose dei bocconiani. I risultati sono una disoccupazione giovanile del 38,4 per cento e un indice generale all'11,5, che rischia di superare il 12 l'anno prossimo. Se le leggi si giudicano dai risultati, la riforma Monti-Fornero di lavoro ne ha portato zero. Né ha introdotto nelle relazioni sociali più certezza delle regole e meno litigiosità. Mentre Confindustria da una parte, Cgil dall'altra hanno fatto a gara nel prendere le distanze dalla professoressa torinese, prediligendo come sempre la concertazione interna al sistema. Giovannini, ex presidente dell'Istat, ha fama di uomo pragmatico e dotato di fantasia in un ente già simbolo di grigiore burocratico. È stato tra i primi a battersi contro la dittatura del Pil, che misura solo le quantità ma non la qualità né, per dirla con Robert Kennedy, il tenore di vita e la felicità di una nazione. Ora che il Pil è in declino da sette trimestri, ci accontenteremmo anche della quantità senza sottilizzare troppo; ma quel criterio vale ancora, come in generale serve mente libera da tutte le dogmatiche verità rivelate, un'autocritica che è in atto in tutto il mondo, tranne nell'Europa merkeliana, e sulla quale non abbiamo ancora sentito una parola dallo stesso Monti. La riforma Fornero potrebbe essere smantellata, senza dirlo, anche sull'altro pilastro, quello dell'età pensionabile. È una faccenda da maneggiare con cautela, ma oggi l'Italia è passata da culla delle pensioni baby al paese d'Europa nel quale si viene via dal lavoro più tardi: 67-68 anni di media, più dei tedeschi. Un sollievo per le finanze pubbliche ma un blocco all'avvicendamento delle nuove generazioni. Giovannini propone una "staffetta generazionale", è già questa formula lascia stavolta diffidenti come tutte quelle vagamente miracolistiche. Il criterio però è giusto: chi va in pensione prima, tra i 62 e i 65 anni, con i contributi a posto, dovrebbe accettare una decurtazione dell'assegno fino all'otto per cento, che metta al riparo la previdenza; oppure restare lavorando part-time e tipendio ridotto. In cambio la sua azienda deve però assumere giovani. Qui ovviamente viene il difficile, la parte strutturale della riforma. Un conto è flessibilizzare contratti già flessibili, un altro creare veri posti di lavoro. Detassare per tre-cinque anni i contratti dei giovani assunti in pianta stabile, esonerandoli anche dai contributi o rendendo questi figurativi, può essere una buona via. Ma occorrono soldi, e bisogna affrontare l'argomento senza bardature ideologiche, e magari senza infilarsi nel tritatutto della concertazione. La prima, l'ideologia, ha portato non solo riforme a metà, ma anche odio e sangue: proprio ieri si è ricordato il 14mo anniversario dell'assassinio di Massimo D'Antona. La seconda, l'overdose di grandi tavoli concertativi, è troppo spesso diventato l'alibi per non fare nulla.
Come ti smantello la Fornero
di...