Politica

Monti tradito dalle sue certezze

di Marlowe...

di Marlowe Le dimissioni di Giulio Terzi scrivono la peggiore lapide sul governo di Monti, pregiudicano forse le ambizioni ministeriali e istituzionali di Monti stesso, e quasi certamente - se Bersani fallirà - bloccano le ipotesi di un altro esecutivo tecnico. Giorgio Napolitano potrebbe infatti nominare sì un "governo del Presidente", ma scegliendo stavolta un politico navigato. Molti pensano a Giuliano Amato. E dire che fino a poche ore fa Monti era convinto di avere ancora una chance di correre, lui, come ministro degli Esteri in nome dei famosi contatti e credibilità internazionale, nonché del pacchetto dei voti al Senato. Tutto è possibile, ma l'ipotesi appare oggi indigeribile sia al Pd sia al Pdl. Anche perché il rating internazionale di Monti è così sintetizzato da Le Monde: «Mario Monti politiquement mort pour l'Europe». Come Il Tempo riporta, il quotidiano francese, piuttosto gauchista ma assai letto dalla classe dirigente europea, scrive che il saldo finale di Monti è di aver trascinato l'Italia in una recessione tale da trasformare un'opinione pubblica un tempo euro-entusiasta in una delle più ostili all'Europa, e soprattutto alla Germania, fino alla vigilia grande sponsor del Professore. Su Monti incombono tre dossier irrisolti che potrebbero trasformarsi in macigni. Il primo è quello dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Al di là dello scaricabarile tra tecnici (che subito dopo il giuramento il 29 novembre 2011 il premier aveva definito "persone di una trasparenza totale, che hanno rinunciato a trattamenti economici superiori e carriere"), il capo del governo è accusato, in modo bipartisan, di non avere ottenuto nessun appoggio concreto dall'Onu, dalla Nato e dall'Unione europea, visto che i nostri militari agivano in una missione internazionale antipirateria. Non solo: l'ex ministro degli Esteri Franco Frattini aveva riservatamente inviato a palazzo Chigi un memorandum sulle criticità della legge italiana per i militari di scorta imbarcati su navi civili, documento a quanto pare ignorato. Infine a Monti viene rinfacciata la sottovalutazione di una potenza ambiziosa come l'India, che aspira a un seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell'Onu, mischiando a un certo punto il caso dei marò con le commesse Finmeccanica. Il secondo dossier riguarda lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione con le imprese. Si tratta di 70-100 miliardi dei quali non più tardi di un mese fa l'esecutivo aveva annunciato che se ne sarebbero stati rimborsati tre. Quando la commissione europea attraverso il vicepresidente italiano Antonio Tajani, ma soprattutto con l'inflessibile Olli Rehn, responsabile degli Affari economici, ha aperto la porta al rimborso, Monti anziché precipitarsi come altre volte a Bruxelles per negoziare al massimo livello i dettagli, ha affidato la pratica al ministro dell'Economia Vittorio Grilli. Il quale l'ha gestita al ribasso (20 miliardi nel 2013, altri 20 nel 2014, il resto si vedrà), e per giunta contabilizzando il dovuto come deficit, anziché come debito attraverso emissioni a lunga scadenza. Il risultato è stato di rimettere tutto in discussione, e di attirarsi dalla Commissione la minaccia della riapertura per l'Italia della procedura per disavanzo eccessivo, che doveva chiudersi tra pochi giorni. Il terzo dossier è l'ennesima sottovalutazione del quadro economico lasciato dai tecnici. Che assieme all'instabilità politica è all'origine del minacciato nuovo declassamento da parte di Moody's. La relazione di finanza pubblica inviata lunedì al Parlamento da Monti e Grilli fotografa un Pil del 2013 in ulteriore discesa all'1,3 per cento, rispetto alla stima iniziale dello 0,2 ed alla revisione a meno uno di dicembre scorso. Un errore di oltre un punto di minore crescita - in valori assoluti, 15 mila miliardi che mancano all'appello - dopo avere promesso una fase due che non si è mai vista, non può passare sotto silenzio. Ma ciò che più preoccupa nella relazione sono le minori entrate fiscali per 15,7 miliardi nonostante la pressione complessiva che sale al 44,4 per cento, circa due punti in più rispetto al governo Berlusconi. L'effetto di tutto questo è una disoccupazione stimata nel 2013 all'11,6 per cento, oltre le attese, all'11,8 nel 2014. Magri risultati ed eredità per un governo che doveva vedere all'opera le eccellenze del Paese: sempre che non salti fuori qualcos'altro.

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