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L'unica speranza è tifare per il pari

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C'è un modo per sperare che le prossime elezioni siano in qualche modo utili. Consiste nel puntare a che nessuno le vinca. C'è poco da girarci attorno: il bipolarismo delle contrapposizioni e delle tifoserie ha fatto bancarotta, dimostrando di rendere possibili le vittorie elettorali (a turno prevalendo la destra o la sinistra), ma impossibile il governo; al tempo stesso, però, il sistema elettorale premia proprio quell'inutile scontrarsi e quel vuoto misurarsi. Per cui c'è da sperare che misuri l'impossibilità di prevalere, il vuoto di vittorie meramente numeriche. Dopo di che potrà riprendersi il cammino da dove è oramai improcrastinabile: dalle riforme istituzionali, il cui corollario sarà la riforma del sistema elettorale. A un risultato simile giungemmo vicini nel 2006, quando le urne fecero registrare un sostanziale pareggio. Purtroppo, allora prevalse l'incoscienza della sinistra, capitanata da Romano Prodi, che prese tutto per sé e cercò di riconsolidarsi attorno al potere di governo. Il risultato è noto: il governo venne meno e il potere evaporò. La volta successiva, nel 2008, l'altalena tornò a muoversi e vinse la destra, in modo netto. Ciò, però, non fece che allungare l'agonia della seconda Repubblica, di un sistema istituzionale mai nato che, però, non si riesce a seppellire. Nel 2009, appena un anno dopo, chi qui scrive poteva già considerare compromessa la legislatura e necessarie le elezioni anticipate, perché il centro destra si era spaccato, il patto elettorale era stato violato e il governo instradato verso l'immobilismo. Non trovammo ascolto, ma le cose poi andarono come si era visto e previsto. Ora ci risiamo e nulla, ma proprio nulla, lascia immaginare che la vittoria di questo o di quello porti vera fortuna alla Repubblica e ai suoi cittadini. La sinistra è la più accreditata candidata alla vittoria. L'altalena continua. Aspirazione legittima, naturalmente, ma l'esito sarebbe quello già visto: la maggioranza s'insedia, crea un governo, elegge un proprio presidente della Repubblica, inizia la navigazione e, subito dopo, comincia a spappolarsi sotto al peso delle decisioni che devono essere prese, potrà contare sulla sponda offerta da quel che risulterà del centro montiano, ma proprio questo favorirà lo sfarinamento sulla sponda più a sinistra. Nel breve volgere di qualche mese saremmo punto e a capo, in piena, perdurante e straziante agonia. La destra non sembra avere i numeri per aspirare alla vittoria, ma, tuttalpiù, per riprendere parte dei voti che attirò. Sarà l'ennesimo voto per negazione (degli altri). Quei cittadini, quegli elettori, sono stati a lungo, e assai ingiustamente, descritti come traviati, nel senso di corrotti dalla forza propagandistica di uno solo. Analisi da noi mai condivisa e priva di quale che sia appiglio storico o culturale. Il fatto è che non furono traviati, ma sono stati traditi. Potranno credere ancora, magari perché non disposti a credere ad altro, ma neanche la più cieca fede può restituire, a loro e all'Italia, l'illusione che quello schieramento politico sia capace di dare corpo ai sentimenti che agita. Possono ancora prodursi in una raccolta elettorale, non sono più in grado di alcuna proiezione politica. Il centro potrà anche subire l'attrazione gravitazionale del montismo, ovvero dell'esaltazione acritica, e anche un po' imbarazzante, dell'esperienza di governo di Mario Monti (che ha meriti notevoli, diversi da quelli che si annette). Però, inutile prenderci in giro: la piattaforma programmatica, raccolta in 25 pagine, è una raccolta di suggestioni che potrebbero essere sottoscritte da quasi tutti, mancando di alcuna precisione operativa. Lo scopo politico di tale iniziativa è uno solo: posto che la sinistra avrà (per legge) la maggioranza assoluta degli eletti alla Camera dei Deputati si prova a fargliela mancare al Senato, in modo da essere determinanti nella determinazione dei nuovi equilibri. Lo scopo di quelle liste, sotto sotto, è quello qui enunciato con più brutalità, ma anche con maggiore schiettezza: che nessuno vinca. Che l'esistenza di quelle liste propizi tale risultato è da dimostrarsi. Ogni previsione è oggi priva di basi serie. Fuori da tale triade frulla l'attrazione di chi si propone di raccogliere voti di vendetta, dando loro il corpo del rifiuto. Non pochi abboccheranno, ma l'esito sarà quello già dimostrato in Sicilia: l'inutilità, coniugata con l'immediato inserimento dei nuovi eletti nella logica spartitoria. Gran spettacolo, ma povero finale. E c'è anche chi si prova a far ragionare gli elettori come gli eligendi, raccontando la (lunga) storia di un Paese che è forte e ricco, ma fiaccato da politiche fiscali devastanti e umiliato da una spesa pubblica improduttiva. Vedremo quanti voti raccoglieranno. Temo che anch'essi, in cuor loro, non possono che puntare sulla non vittoria. A che servirebbe? A spezzare l'agonia, a rendere chiara la necessità di collaborare nel riformare la Costituzione, a chiudere il circo dei personalismi paranoici. A restituire dignità alla politica.

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