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Prime ammissioni dell'ex maggiordomo

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Rischia da 1 a 8 anni per furto aggravato. Non sono state ancora richieste rogatorie

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Nessunanotizia è trapelata sui contenuti («Se ci saranno novità le comunicheremo in via ufficiale tramite padre Lombardi» ci ha ribadito l'avvocato Cristiana Arru, che difende Gabriele insieme a Carlo Fusco) ma sembra che l'ex maggiordomo abbia iniziato a collaborare rispondendo alle domande del magistrato. Da un punto di vista tecnico è stato il giudice Paolo Papanti Pelletier a spiegare le procedure nel briefing presso la sala stampa vaticana. Papanti, ordinario di diritto civile a Tor Vergata, è uno dei tre membri del collegio che sarà chiamato a giudicare Gabriele in caso di rinvio a giudizio. Il maggiordomo infedele del Papa (che potrebbe aspettare l'eventuale processo in un luogo diverso dal Vaticano) rischia da 1 a 8 anni di carcere per furto aggravato. Pena che potrebbe aumentare se venissero contestati altri reati; ma le ipotesi circolate nei giorni scorsi (addirittura 30 anni) sono pura fantasia. Come fantasiose sono state definite le «notizie» pubblicate ieri dal Corriere della Sera su un presunto «doppiogiochismo» di Gabriele: «È un'ipotesi non solo infondata ma che non ha la minima plausibilità» ha detto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. «Voi - ha aggiunto - siete liberi di non credermi, ma se scrivete sciocchezze sono affari vostri». Padre Lombardi ha ribadito per l'ennesima volta che Gabriele resta «per ora» l'unico accusato del furto aggravato di documenti riservati nell'Appartamento Pontificio. «Ci sono state indagini ma non erano formali. Nessuna imputazione è stata formulata a carico di altri» ha aggiunto il gesuita. Una conferma indiretta che l'inchiesta continua alla ricerca di altre persone coinvolte nel cosiddetto «Vatileaks». È ovvio che dall'interrogatorio dell'ex maggiordomo potrebbero arrivare presto ulteriori sviluppi. Con cittadini italiani coinvolti? Padre Lombardi ha smentito ancora una volta che siano state fatte o anche semplicemente chieste rogatorie all'Italia. Circostanza che del resto aveva ribadito a Montecitorio anche il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Malaschini rispondendo ad una interrogazione del deputato del Pdl Farina. Ma il punto ancora tutto da chiarire è cosa c'è dietro il «Vatileaks». In un lungo articolo, l'International Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times, scrive che in Vaticano «legami e interessi contano più del merito e giochi di potere machiavellici sono la regola più che l'eccezione». Il solito trito ritornello che parla di complotti all'interno della Curia, di cardinali che puntano a indebolire il segretario di Stato e si preparano alle grandi manovre in vista del conclave, con intrecci affaristici intorno a interessi economici e un Papa sempre più isolato e perso nel suo empireo intellettuale «incapace di mettere le redini alle lotte tra i suoi subalterni». Intanto c'è da chiedersi se la solitudine di Benedetto XVI sia quella vista a Milano. Forse gli autorevoli commentatori statunitensi erano troppo impegnati ad analizzare gli intrighi per soffermarsi sulle immagini straordinarie trasmesse da Bresso. Ma soprattutto c'è da chiedersi chi c'è dietro questo scandalo. Che il Papa non sia in grado di gestire la Curia è un'affermazione che appare francamente fuori luogo. Lo dimostrano tra l'altro la rapidità con cui ha istituito la commissione cardinalizia guidata da Herranz, i conseguenti risultati dell'inchiesta e l'intervento con cui ha duramente ribattuto agli attacchi nei confronti della S. Sede. E se invece dietro questa operazione non ci fossero affatto cardinali e monsignori ma altri «poteri forti» laici che hanno tutto l'interesse a screditare l'autorità morale della Chiesa e del Papa, amplificando ad arte divergenze tra i suoi collaboratori? Non sarebbe una novità. Per dirla con Benedetto XVI, «qualche volta si può pensare che la barca di Pietro sia in balia di avversari difficili». Ma non è destinata ad affondare.

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