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Il lavoro di Monti demolisce il Pd

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani

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Alla fine i timori si sono trasformati in realtà. Pier Luigi Bersani ha sperato fino all'ultimo che la riforma del lavoro nascesse da un accordo unitario. Che la Cgil non fosse messa nelle condizioni di alzarsi dal tavolo. Di alzare la voce e minacciare scioperi. Non è stato così. E ora i Democratici, ancora tramortiti, devono correre ai ripari. Sperando che l'iter parlamentare del provvedimento consenta di limare un po' il testo. Il primo scoglio da superare è quello del decreto. L'esecutivo, infatti, non ha ancora deciso se affidarsi ad un testo da convertire in legge entro 60 giorni o optare per un disegno di legge che consenta al Parlamento una discussione più ampia. Il Pd ha già iniziato il suo pressing spiegando che sarebbe un errore costringere deputati e senatori a un lavoro frettoloso. La speranza è che, almeno su questo, la richiesta possa essere accolta. Anche per non rischiare l'implosione del partito. Infatti o si riesce ad ammorbidire la riforma (introducendo la possibilità che il giudice decida il reintegro anche in caso di licenziamento per motivi economici) o la spaccatura è inevitabile. Infatti i «montiani» duri e puri (si calcola una cinquantina di deputati) non possono in alcun modo accettare di votare contro il testo. Ma la parte più vicina alla Cgil, e anche al segretario, non può far approvare norme che si tradurrebbero in un sicuro calo dei consensi. Dopotutto, già ieri, erano molti gli elettori che sul sito del partito minacciavano di non votare il Pd in caso di approvazione del testo così come annunciato sui giornali. E sempre ieri, durante uno sfogo in pieno Transatlantico, Bersani è stato netto: «Non morirò dando il via libera alla monetizzazione del lavoro». Quindi il segretario è pronto a dare battaglia. Lo ha ripetuto ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta. «Io non penso - ha spiegato - che Monti possa dire al Pd prendere o lasciare. Non mi aspetto che Monti lo faccia, è chiaro che noi votiamo quando siamo convinti, bisogna ragionare con noi». «È una questione di diritti dei cittadini - ha proseguito -: il lavoratore non può essere messo in condizioni di debolezza, questa cosa va corretta. C'è il Parlamento e il Pd si prende la briga e l'impegno di trovare le strade per correggere. Non condivido la modifica dell'articolo 18 perché è all'americana e non alla tedesca. Va corretta». Quindi un messaggio agli elettori: «La pancia del partito stia tranqulla perché siamo gente solida e sul tema del lavoro non siamo distratti, siamo un partito di governo e sappiamo che servono le riforme ma non accettiamo che si ribaltino i rapporti di forza tra diritto e impresa». Poi, dopo aver ribadito che quella del decreto non può essere una strada percorribile, ha rassicurato Monti: «Non credo che il governo rischi perché i prossimi giorni chiariranno meglio la situazione. Noi conosciamo questi temi». L'impressione, però, è che non tutti la pensino come Bersani. E di certo non è un caso che, mentre il senatore Pietro Ichino, spiega che «in questa riforma c'è molto Pd» il responsabile economico Stefano Fassina, chiede profonde modifiche perché «sarebbe un grave errore istituzionale e politico forzare ulteriormente il senso di responsabilità del Pd». Il vicesegretario del partito Enrico Letta, che martedì sera aveva dato per scontato il voto favorevole dei Democratici, ammette che il passaggio è stretto e il momento delicato, ma assicura: «Verrà fuori la capacità del partito a pensare più all'interesse comune che alle singole aspirazioni personali». Sarà ma l'impressione è che ormai all'interno del Pd stia crescendo il numero di chi pensa che il sostegno al governo tecnico sia una cambiale troppo alta da pagare. Anche perché, mentre i Democratici arrancano, gli alleati danno battaglia. «L'Italia dei Valori non starà a guardare - annuncia il portavoce Leoluca Orlando - siamo pronti ad un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati». E Nichi Vendola non è da meno: «È uno scandalo che il governo cerchi di portare in premio all'Europa di destra la fine dell'ultimo pezzo della nostra civiltà del lavoro. È inaccettabile». Lunedì il Pd riunirà la direzione, poi sarà battaglia.

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