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Monti senatore. Ora è meno tecnico

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Mario Monti

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La nomina di Mario Monti a senatore a vita è arrivata come un fulmine nello scenario politico. Non si può certamente dire a ciel sereno, come si fa di solito quando si parla dei fulmini a sorpresa, perché il cielo della politica italiana non lo è per niente. Nel pieno di una crisi economica e finanziaria di dimensioni planetarie, e di una turbolenza dei mercati a dir poco spaventosa, proprio ieri si sono accorciati i tempi della crisi di governo. Che potrebbe formalmente aprirsi, con le preannunciate dimissioni del presidente del Consiglio, già sabato sera. Quando si concluderà nell'aula di Montecitorio, con l'approvazione facilitata dalle opposizioni, la corsa della legge di stabilità, ex finanziaria, all'esame ora del Senato. Essa contiene anche una parte almeno delle misure che il governo uscente si è impegnato con l'Unione Europea a prendere per cercare di ridurre la diffidenza dei mercati verso i titoli del nostro ingente debito pubblico e assestare meglio i conti dello Stato. Collegate le sue dimissioni, d'accordo con il Quirinale, all'approvazione definitiva della legge di stabilità, il Cavaliere potrebbe pertanto consentire già domenica prossima al capo dello Stato di aprire le sue consultazioni per la soluzione della crisi. Che il presidente della Repubblica ha promesso ieri di cercare con rapidità, in direzione di un nuovo governo o di un nuovo scioglimento anticipato delle Camere, come fece nel 2008 dopo la caduta del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi. È accaduto che proprio mentre le Camere, anche su sua sollecitazione, acceleravano i tempi di approvazione della legge di stabilità, e con essi quelli della crisi di governo, il presidente della Repubblica abbia deciso ieri di assegnare il seggio vacante dei cinque del Senato destinati dall'articolo 59 della Costituzione a quanti «hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». E lo abbia assegnato, con il consenso e la controfirma del presidente del Consiglio, proprio all'uomo -Mario Monti- del quale si è maggiormente scritto e parlato da molti mesi a questa parte come del più autorevole candidato a guidare un governo di cui si sono sprecate e si sprecano le denominazioni: tecnico, di emergenza, di decantazione, di armistizio, di solidarietà nazionale, di responsabilità, di salvezza e del Presidente. Inteso, quest'ultimo, come un governo più scelto direttamente dal capo dello Stato, e mandato davanti alle Camere per guadagnarsi la fiducia, che designato dai partiti, e rispettivi gruppi parlamentari, e fra essi concordato. La corrispondenza di Monti come senatore a vita ai requisiti indicati dalla Costituzione è indubbia. Economista di prestigio, arrivato giovanissimo alla cattedra universitaria, soffiando peraltro nel concorso il primato anagrafico al nostro autorevole collaboratore Antonio Martino, che nei giorni scorsi se ne è amichevolmente compiaciuto pur polemizzando con lui sulla valutazione delle difficoltà della moneta unica europea, Monti è stato anche rettore e presidente dell'Università Bocconi, succedendo all'indimenticato Giovanni Spadolini. Ma soprattutto è stato per dieci anni fra i più apprezzati e prestigiosi esponenti della Commissione dell'Unione Europea in rappresentanza dell'Italia, nominato nel 1994 su designazione del primo governo di Silvio Berlusconi e confermato nel 1999 su designazione del primo governo di Massimo D'Alema. Egli avrebbe sicuramente meritato, per la sua competenza ed anche per le sue qualità umane, una ulteriore conferma nel 2004, se il Cavaliere, nel frattempo tornato a Palazzo Chigi, non avesse avuto la idea non molto felice di preferirgli l'attuale presidente dell'Udc e vice presidente della Camera Rocco Buttiglione: non molto felice, vista la rinuncia alla quale il nominato fu goffamente costretto per avere pasticciato come filosofo in alcune dichiarazioni sulla natura degli omosessuali e sui loro diritti. La sua esperienza, e provata competenza, renderebbe il sessantottenne professore bocconiano come presidente del Consiglio, in un periodo tormentato come questo per l'Italia, un eccellente interlocutore della Commissione comunitaria di Bruxelles e della Banca Centrale Europea. Di cui ha pubblicamente apprezzato e condiviso in questi mesi richieste e indicazioni al governo italiano senza perdere la stima e il rispetto di partiti, come il Pd di Pier Luigi Bersani, che ne dissentono, pur avendole usate strumentalmente, come al solito, contro l'odiato Cavaliere. Ciò ha forse indotto e induce il capo dello Stato a ritenere, o a coltivare l'illusione se i fatti lo dovessero smentire, che Monti possa essere anche a Palazzo Chigi un fortunato interlocutore della sinistra. Che potrebbe insomma accettare da lui, pur borbottando magari, ciò che negherebbe ad altri. E che, in verità, Bossi non ha permesso a Berlusconi. Da politico di lungo corso, il presidente della Repubblica ha tuttavia mostrato più volte fastidio nel sentir parlare e scrivere di governi «tecnici», sostenendo che questi, anche se dovessero nascere tali, diventerebbero comunque politici una volta investiti della fiducia parlamentare. Ora comunque che lo ha nominato senatore a vita, egli ha reso Monti un po' meno tecnico e un po' più politico di prima. E lo ha fatto, per una coincidenza forse non casuale, mentre crescono nei gruppi parlamentari, di maggioranza e di opposizione, paure e resistenze ad un epilogo elettorale della imminente crisi di governo, e quindi l'interesse e la voglia per un governo che le eviti.

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