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Asse Lega-Cgil per salvare le pensioni

Il vertice a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali

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È la Camusso a mettere subito in chiaro le cose, al termine del confronto governo-parti sociali. L'incontro «non è stato all'altezza dell'emergenza» attacca, brandendo l'arma dello sciopero generale preventivo (di fatto il governo non ha ancora reso note le misure anticrisi). «Noi abbiamo detto che non si può fare una manovra se non in totale equità, devono pagare coloro che nella manovra precedente non l'hanno fatto - spiega - Vedremo quali saranno i provvedimenti, ma se lo schema della manovra sono le anticipazioni che sono apparse sui giornali, di cui il governo non ha parlato ma che non ha nemmeno smentito, credo che non ci sia altra risposta che lo sciopero generale». Fin qui, in realtà, niente di così eclatante. Il guaio è che accanto alla sindacalista, fianco a fianco nella stessa barricata, ci sono i leghisti. «A pagare non possono essere sempre i pensionati o le realtà produttive» ripete Marco Reguzzoni, fedelissimo del Senatùr e membro del «cerchio magico». Non si può, spiega, per tappare il buco del debito, lasciare il danno sulle spalle «delle generazioni future». Non bastasse, a fine serata arriva anche l'altolà affidato da Umberto Bossi (assente al tavolo con sindacati e Confindustria, ma deciso con Berlusconi incontrato subito dopo a Palazzo Grazioli) e compagni a La Padania, oggi in edicola: «I tagli partano dalla politica» è il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali. Il quotidiano leghista riprende anche le parole di Reguzzoni: «Fermo no della Lega su pensioni e patrimoniale». Il niet della Lega inguaia un po' tutti. Sì il Cav, che pensava di agire proprio sulla previdenza per racimolare parte dei 35 miliardi aggiuntivi che si pone di recuperare la nuova manovra, ma anche Bersani e compagni. Già, perché se i democratici sono d'accordo con Bossi per il no alla riforma delle pensioni, l'asse Pd-Carroccio sfuma quando si inizia a parlare di patrimoniale. «Dicono no a tutto. Vedremo cosa propongono», si lamenta il segretario Bersani a fine giornata dopo aver letto le anticipazioni dei giornali di oggi. La situazione, insomma, è complicata. Tormentati da una tempesta finanziaria che sembra non avere fine, con vecchie alleanze che rischiano di saltare e nuovi «amori estivi» che sbocciano. Per di più nell'imprescindibile condizione di dover salvare capra (la parola data alla Bce, la stabilità dei mercati e la credibilità internazionale del Paese) e cavoli (i risparmi degli italiani, che a furia di stringere la cinghia stavolta rischiano di arrabbiarsi sul serio). È questa la matassa che devono sciogliere Berlusconi e Tremonti. E in più non c'è tempo da perdere. Quando i due, nel pomeriggio, arrivano a Palazzo Chigi per il vertice con le parti sociali, le notizie che provengono da Piazza Affari non sono certo buone. Le parole di Gianni Letta nel corso dell'incontro danno il senso dell'urgenza: in pochi giorni «tutto è precipitato», tanto che il governo «sta valutando tutte le ipotesi». Servono, rimarca il sottosegretario, «scelte rapide e coerenti». Tanto rapide che il Cav annuncia un consiglio dei ministri straordinario per il varo di un decreto legge contenente le misure anti-crisi. Riunione che si terrà entro il 18, spiega il premier. Forse anche prima. Tra una settimana esatta, magari. «Sono intervenuti fatti, dopo l'incontro di giovedì scorso - sottolinea il premier a sindacati e Confindustria - che ci costringono a riflettere insieme». I temi dell'agenda, assicura, «restano validi». Il Cavaliere conferma gli impegni assunti la scorsa settimana e garantisce: «Faremo presto e faremo bene». Spetta al ministro dell'Economia correggere un po' il tiro. Dare l'accelerata definitiva. «La manovra deve essere ristrutturata», spiega. Le misure dovranno portare il rapporto deficit-pil all'1,5-1,7% nel 2012, per arrivare al 2013 al pareggio di bilancio. Oltre al decreto legge sulla finanza pubblica arriveranno «nei prossimi giorni» tre tavoli tematici su infrastrutture, riforma del mercato del lavoro, privatizzazioni e servizi pubblici. I contenuti del decreto, tuttavia, restano vaghi. Così come il contenuto della lettera inviata al governo dalla Bce. È strettamente confidenziale e, in quanto tale, non può essere certamente diffusa da chi l'ha ricevuta, avrebbe spiegato lo stesso Letta durante l'incontro. Le parti sociali, deluse, aspettano. Il governo lavora. Il rischio è che gli italiani, stanchi di slogan e frasi fatte, questa volta si arrabbino davvero.

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