Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Cari deputati, approvate subito il lodo Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

  • a
  • a
  • a

«Al Parlamento nazionale. Onorevoli colleghi, quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo, si trovano mancanti di viveri i Comandanti ordinano si passi dall'intiera alla mezza razione o meno. In Italia si fa l'opposto: più ci avviciniamo alla bolletta e più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del Paese. Io sottopongo, quindi, alla sagace vostra considerazione ed approvazione la proposta di legge seguente: finché l'Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5.000 lire annue». È questa, nero su bianco, la proposta di legge n. 21, sulla limitazione degli stipendi, pensioni e assegni pagati dalla Stato, firmata dal deputato Giuseppe Garibaldi e presentata il 13 maggio 1876, la bellezza di 135 anni fa. Il Tempo la ripubblica oggi - dopo averla scovata all'interno di una pubblicazione Garibaldi in Parlamento che fa parte dell'Archivio della Camera dei deputati - per lanciare un appello ai deputati ed ai senatori italiani di tutti gli schieramenti: nel 150mo dell'Unità d'Italia, al di là delle manifestazioni a cavallo e della retorica - che pure servono - al di là della toponomastica per gli eroi del nostro Risorgimento, al di là delle mostre e della filatelia commemorative, mostrate con un atto di coraggio che siete capaci di autoriformarvi ed approvate il Lodo Garibaldi. Noi l'abbiamo ribattezzata così quella proposta di legge garibaldina perché in tempi di lodi questo ci pare forse il più azzeccato con lo spirito dei tempi e del Paese reale: la situazione economica richiede sacrifici agli italiani, le tasse non si possono abbassare, le rivalutazioni delle pensioni degli italiani vengono ridotte per la fascia dai 1.428 euro ai 2.380 euro e bloccate oltre quest'ultima cifra, tornano i ticket sanitari e la Camera, tac, vota contro la proposta dell'Italia dei valori di abolire le province. Quantificate, dunque, quelle 5mila lire del 1876 agli euro di oggi e trasformate in legge la proposta di Garibaldi «finché l'Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5.000 lire annue». Nella presentazione al volume Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera dei deputati ed ex leader di Rifondazione comunista, scrive: «Completa infine il repertorio delle iniziative legislative garibaldine quella forse più evocativa del suo piglio di moralizzatore, relativa alla "Limitazione a lire 5.000 del maximum degli stipendi, pensioni e assegni pagati dallo Stato". Garibaldi interviene, in sostanza, sulla realtà di sua esperienza diretta ed interviene il più delle volte con formulazioni precise, secche, offrendo anche per questa via argomenti alla costruzione del mito». Noi pensiamo che la costruzione del mito non c'entri e che l'ideatore dello sbarco dei Mille, l'Eroe dei due Mondi, il combattente, insomma l'uomo d'azione, il suo Mito l'avesse già costruito in precedenza, con le numerose imprese. Qui, semmai, è l'uomo del popolo a venir fuori, il Garibaldi popolare - in questo assai diverso dall'azionista Giuseppe Mazzini, uomo dell'élite - che ben conoscendo le sofferenze di gran parte degli italiani scrive che «quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo, si trovano mancanti di viveri i Comandanti ordinano si passi dall'intiera alla mezza razione o meno». Più la leggiamo quella proposta di legge e più ci convinciamo che l'Italia approvandola oggi, nel 2011, celebrerebbe nella maniera più degna il suo 150mo dell'Unità nazionale, con una nuova impresa garibaldina. Oggi per essere patriottica, infatti, alla nostra classe politica e dirigente basterebbe ridurre i privilegi, perlomeno una parte, senza bisogno di sbarcare a Marsala. I tempi cambiano: anni fa il leader del Partito socialista Bettino Craxi, stufo delle domande di un giornalista parlamentare, sbuffò: «Sai cosa scrisse una volta Giuseppe Garibaldi ad un suo amico? "Mio caro, devo confessarti che sto per rompermi i coglioni"». Chissà che stavolta non stiano per romperseli gli italiani.

Dai blog