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La lezione di Cossiga imbarazza la sinistra

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Francesco Cossiga, anche dall'aldilà, ha colpito nel segno. È bastato che sulle colonne del nostro giornale venisse pubblicato un ampio stralcio del libro Discorso sulla giustizia, poteri e usurpazioni, edito nel 2003, che raccoglie alcuni suoi scritti per alimentare un vero e proprio dibattito sulla tanto agognata riforma della giustizia. E così, proprio nei giorni in cui la maggioranza mette sul tavolo tutte le sue «cartucce» per dimostrare di poter ammodernare questo Paese anche dal punto giudiziario, la «riforma utopica» pensata dal Picconatore diventa la cartina tornasole delle difficoltà della sinistra che, p er l'ennesima volta, ha dato ragione alla profezia cossighiana: «la riforma «non è possibile perché, contro la vocazione storica ed ideologica della sinistra in tutta Europa, in Italia la sinistra è ancora giustizialista e poliziesca». E così è proprio Gerardo D'Ambrosio, senatore del Pd ed ex procuratore capo della Procura della Repubblica di Milano, a riservare all'ex presidente della Repubblica le parole più dure sostenendo che la sua «riforma utopica» farebbe ricadere l'Italia negli errori del passato: «Cossiga non ha mai avuto simpatia per i magistrati - è lo sfogo di D'Ambrosio raccolto dall'Adnkronos - Basti ricordare che mandò i carabinieri al Csm "reo" di avere un ordine del giorno non di suo gradimento, all'epoca della vicepresidenza Galloni». Ma sono i due passaggi in cui l'ex Capo dello Stato sosteneva le ragioni della separazione delle carriere e dell'abrogazione dell'obbligatorietà dell'azione penale a suscitare lo sdegno del senatore democratico: «In Italia la separazione c'è stata a partire dal 1930 e i pubblici ministeri erano sottoposti all'esecutivo». Una situazione, sottolinea, venuta meno con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana ma soprattutto con l'istituzione del Csm nel 1958. «C'è la nostra storia - sottolinea - che spiega questa evoluzione. E dobbiamo stare attenti a non ripetere gli errori del passato: in altri Paesi di più antica democrazia l'esecutivo si guarderebbe bene dall'intervenire su un procuratore, perché se si venisse a sapere scatterebbero le dimissioni del politico "colpevole" di ingerenza». Dichiarazioni che sanno molto di frecciate preventive a qualsiasi proposta di riforma della giustizia che la maggioranza voglia ufficializzare al parlamento che continuano nel momento in cui D'ambrosio affronta il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale ritenuta «assolutamente indispensabile. Si pensi a cosa succederebbe se ci fosse un pm sottoposto all'esecutivo e poi fosse l'esecutivo a decidere quali reati perseguire». Di parere diametralmente opposto è invece Maurizio Paniz, deputato pidiellino e membro della commissione Giustizia di Montecitorio, che ritiene gli spunti di Cossiga sulla giustizia un «ottimo punto di partenza» per la riforma del sistema giudiziario voluta dal governo Berlusconi: «L'impostazione di fondo del presidente Cossiga riguardo la riforma della giustizia rappresenta un messaggio forte per il legislatore. Sono ipotesi condivisibili. Un ottimo punto di partenza sul quale si può riflettere per qualche ulteriore e significativo aggiustamento». Apprezzamenti alle parole del Picconatore che arrivano anche da Giuseppe Consolo, deputato di Fli e membro della Giunta per le autorizzazioni della Camera che, dopo aver esaltato la lungimiranza di Cossiga e aver ricordato che «la modifca dell'articolo 111 della Costituzione va in tal senso. Se poi vogliamo essere ancora più precisi, diamo un'occhiata ai lavori preparatori della Carta Costituzionale e ci accorgiamo che anche Giovanni Leone la pensava allo stesso modo», si domanda: «Tutti sono d'accordo su questi punti, ma in materia di giustizia siamo fermi, mi chiedo: perché?». Un quesito che rischia di rimanere senza soluzione soprattutto analizzando il livello di scontro politico che sembra rendere impossibile qualsiasi convergenza in tema di riforma della giustizia. Una considerazione che trova ragione nelle parole del capogruppo Idv in commissione Giustizia Luigi Li Gotti il quale, partendo dalle parole di Cossiga lancia il suo attacco alla destra: «Noi abbiamo un'idea di riforma della giustizia diversa da quella che aveva Cossiga e l'abbiamo proposta nella scorsa legislatura, a partire dalla riorganizzazione e razionalizzazione del processo».

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