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Preparano la ghigliottina

Silvio Berlusconi

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Roma, basilica della Minerva, vicino al Pantheon. Un politico è seduto sui banchi della chiesa, prega di fronte alla Vergine Maria. Esce. Saluta i cronisti. Sale in macchina. Destinazione carcere di Rebibbia. Alle 16.35 di un pomeriggio grigio e piovoso Totò Cuffaro non è più un uomo libero. È una scena carica di dolore, intrisa di pietas. *** Stesso giorno, stesso pomeriggio piovoso, stesso penitenziario dove sono rinchiusi essere umani. Un'entità di uomini e donne che si fa chiamare «popolo viola» festeggia l'ingresso in carcere di Cuffaro offrendo cannoli. Niente dolore. Niente pietas. *** Stesso giorno, stesso pomeriggio, altra metropoli. Genova, università degli Studi. Roberto Saviano riceve una laurea honoris causa in giurisprudenza. Ringrazia. E nel momento solenne della celebrazione dedica il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano contro Berlusconi. Nessun umanissimo dubbio su dove sia il torto e il diritto. Niente pietas. *** Altra città, le tenebre si sono fatte avanti, è sera, è l'ora degli sciacalli. Reggio Calabria, parla Gianfranco Fini: «Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità». Immagino sia lo stesso Fini che quando l'ex moglie fu indagata disse: «Le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo». Niente pietas. Una serie di fatti distinti, storie in apparenza lontane l'una dall'altra, ma in realtà con un terribile tratto comune: il rumore sordo della cavalcata dei mozzaorecchi, il rullo dei tamburi degli squadroni che portano i ceppi, il digrignare di denti e la bava alla bocca di chi urla «nessuna pietà». Ha ragione la tostissima Marina Berlusconi quando dice che le parole di Saviano le fanno «orrore», ma vorrei ricordarle che quella cultura talebana, intollerante, giustizialista, illiberale, a senso unico, è ben veicolata proprio dalla Mondadori, la sua casa editrice che, en passant, pubblica Saviano e molti altri paladini della libertà. Faccia uno sforzo, lasci perdere i guru del marketing di Segrate e scorra con attenzione le collane di libri, saggi, romanzi e tutto il resto della paccottiglia da libreria da rive gauche che sfornano quelli del laghetto. Scoprirà che il pluralismo culturale è ben diverso dalla narrazione di una società a una dimensione costruita con i soldi del Cavaliere Nero. Voglio esser chiaro, a costo di scartavetrare le parole. A Berlusconi non è stato risparmiato nulla, ma anche lui non si è risparmiato nulla. Doveva essere un falco, è rimasto una colomba. La sua avventura politica resta incompiuta proprio perché non ha fatto le riforme più dure e coraggiose. Serviva una dose massiccia di reaganismo e thatcherismo per smantellare il sistema che impedisce all'Italia di crescere come potrebbe. Abbiamo atteso invano. È dovuto arrivare sedici anni dopo un signore che si chiama Sergio Marchionne per far saltare il sistema corporativo. Silvio invece ha perso tempo a mediare, a occuparsi di cose che non servivano a niente, a vedere improbabili amici e aspiranti cortigiani che gli hanno procurato solo guai e rotture di scatole. Doveva usare il napalm per defoliare la giungla dello Stato parassita ed entrare nel pantheon dei riformatori al titanio, rischiamo di vederlo ricordato solo per le evoluzioni arcoriane con quella sventolona della Nicole Minetti. Eppure, se si lasciano perdere i cani rabbiosi che abbaiano e mostrano le zanne, la vista dei suoi accusatori fa riflettere. I tifosi dei tribunali del popolo sono antropologicamente contrari all'idea di democrazia. Sono una massa informe che se ti vede per strada ti sputa addosso perché la pensi diversamente, perché sostieni che le ipotesi di reato restano ipotesi finché non c'è una sentenza definitiva; perché ricordi loro che tutti sono presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio; perché fai presente che la presunzione di colpevolezza non si è mai trasformata in voti vincenti; perché en passant fai notare che tutte le accuse vanno provate; perché in punta di diritto il pm è una parte, quella dell'accusa, e non il giudice terzo; perché spieghi sommessamente che i governi cadono per mano degli elettori non delle procure che selezionano i bersagli politici; perché dici che è una barbarie pubblicare online il numero di telefonino del presidente del Consiglio o di qualsiasi altro cittadino per poi procedere a un insultificio elettronico; perché fino a prova contraria in casa propria ognuno di noi fa quel che crede finché non limita la libertà di un altro. Il problema è che sta saltando tutto e forse è davvero troppo tardi. Nei Paesi decenti sono abituati a mettere a posto anche l'indecenza con una soluzione a presa rapida che si chiama «ragion di Stato». Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali, altre intercettazioni e foto sul Cavaliere a luci rosse. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario, è solo una questione di tempo. Ho già visto montare questo clima durante Mani Pulite. Ne ho un ricordo vivissimo. Arresti in massa. Manette. Suicidi. Fughe. Esili. Vigliaccate. E un'opinione pubblica che chiedeva la testa dei segretari politici del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in nome di una rivoluzione che in poco tempo si rivelò falsa e strumentale. La differenza tra ieri e oggi è che ieri la caccia al «Cinghialone» (Craxi) avveniva in presenza di uno scollamento fortissimo tra l'opinione pubblica e i leader di partito, mentre oggi la caccia al Cavaliere e alla politica tout court (non si illudano le altre sagome del Palazzo, la stessa furia colpirà anche loro) si svolge in uno scenario in cui gli elettori sostengono le proprie fazioni e i consensi di Berlusconi per ora sono solidi. Per questo una caduta rovinosa del Cavaliere oggi sarebbe un evento traumatico come pochi, un problema istituzionale che non si risolverebbe voltando pagina e facendo finta di niente. Avanti così, senza una soluzione e un soft landing per il premier, sarà un disastro assicurato. Mi viene in mente uno straordinario testo teatrale di Georg Buchner, «La morte di Danton». Qui si racconta come Robespierre decida di decapitare Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Viene fatto tutto in fretta e furia, non c'è bisogno di prova e processo, perché «la rivoluzione sociale non è ancora finita, chi fa una rivoluzione a metà si scava da sé la propria fossa. La buona società non è ancora morta, la sana forza popolare si deve mettere al posto di questa classe rovinata in ogni senso. Il vizio dev'essere punito, la virtù deve dominare per mezzo del terrore». Buona fortuna, Italia.  

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