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E per la prima volta tra i finiani scoppia la rivolta dei fedelissimi

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Nonbisogna farsi ingannare dalla mole dell'ex cestista della Berloni Torino, l'odierno sottosegretario alla Difesa si muove nell'ombra. Da buon democristiano tiene buoni rapporti con tutti. È riuscito persino a firmare un protocollo d'intesa con il sottosegretario all'Ambiente, il finiano Roberto Menia, per i pannelli solari sulle caserme: «Dai Robè, sei ancora al governo. Le dimissioni sono effettive quando vengono pubblicate in Gazzetta ufficiale», gli disse quel giorno di un mese fa. Certo, qualche volta Crosetto ci riesce qualche volta no. Per esempio aveva provato ad evitare che Chiara Moroni andasse con Fli. Insomma, l'altra sera Guidone stava fumacchiando all'aria aperta quando viene colto dallo stesso bisogno di tabacco anche Donato Lamorte, storico capo della segreteria politica di Fini, suo uomo ombra, uomo di poche parole e quelle rare di sicuro non le manda a dire. Passa a fianco all'esponente di governo ex forzista e gli fa: «Ahò, ma quanto l'avete pagato Bocchino? Ha fatto un intervento e ha perso tre voti». E giù risate. Trascorrono 24 ore e Fabio Granata se ne esce con un'altra delle sue: pronti ad allearsi pure con il Pd. E stavolta sbotta Francesco Proietti Cosmi: «Siamo nati per allargare, rendere più forte e moderno il centrodestra. Non certo per puntellare o aiutare Bersani o Di Pietro. È il centrodestra il nostro campo d'azione e nessun congresso potrà mai decidere diversamente, con buona pace dell'onorevole Granata». Ma chi è Proietti? Nessuno lo ha mai chiamato per cognome, solo per nome, Anzi, per soprannome: Checchino. Alto, smilzo, Checchino è stato l'assistente personale di Fini. Con Salvo Sottile, ex portavoce del presidente di An, era coppia fissa. Se si aggiungono anche Donato e Rita, ovvero Rita Marino, è lo storico staff di Fini. Il malumore non era mai arrivato lassù, financo nei fedelissimi del capo. Non si è mai sentito che qualcuno di loro abbia criticato Fini, nemmeno mai se ne è avuta notizia. Stavolta neppure in verità, ma è forse la prima volta che il malumore viene fuori nell'entourage ristretto del capo indiscusso. E sebbene non sia lui nel mirino, indirettamente ci finisce la sua linea politica. Dentro Fli è di fatto iniziato il congresso fondativo del partito che in agenda in realtà sarebbe a febbraio. Lo scontro è oggi. L'area di Generazione Italia, guidata da Italo Bocchino, si sente maggioranza. E considera che le colombe di Area Nazionale, alla cui testa ci sarebbe Roberto Menia, sono in minoranza. Tutto sommato preferirebbero a questo punto farle fuori, avviare una sorta di pulizia etnica interna e avere una Fli più ristretta, più battagliera e più omogenea. Che vada all'assalto contro Berlusconi e disponibile ad allearsi con tutti, persino con Vendola se necessario. Non vuole che Fini faccia più mediazioni con nessuno, quella è la linea e chi ci sta ci sta. Altrimenti quella è la porta. È così che l'altro giorno Silvano Moffa è entrato in aula alla Camera convinto a votare sì alla sfiducia benché avesse chiesto un intervento di Bocchino più morbido. Ma nell'emiciclo è stato assalito da Luca Barbareschi che gli ha urlato contro: «E chi ti credere di essere tu? Uno statista? Chi sei che pensi di decidere che cosa dice Italo?». Moffa in quel momento ha capito che era finita, che Fli non era più quello che pensava si potesse fare e si è astenuto (altrimenti sarebbe finita 313 a 312). Anche Proietti e Lamorte, che sono due uomini intimamente di destra come Moffa, hanno capito che non c'è più trippa per gatti. E che ormai Fini è sulla linea Bocchino (o certamente Italo ne è l'esegeta più chiaro). Lo ha capito anche Andrea Ronchi, ex portavoce di An, anche lui un uomo dello staff, che s'è trovato a votare contro il governo di cui faceva parte sino a meno di un mese fa senza che nel frattempo sia accaduto nulla. Infine hanno tutti chiaro che tra poco anche loro, i quali più che «finiani» si sentono «uomini di Gianfranco», rischiano di essere degli intrusi dentro Fli. E oggi, nella riunione dei garanti di An, c'è chi chiederà la testa dell'amministratore del Secolo, il finiano Enzo Raisi. E Fini? Non si dimette, non ci pensa neppure. Resterà al suo posto. Ha parlato a lungo con Casini e ne ha tratto la convinzione che la strada del terzo polo è quella giusta. Senza tentennamenti. Senza se e senza ma.

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