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Fini dubita pure dei suoi

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L'aria che tira non è delle migliori. Un'aria mesta. Non è una bella giornata per i finiani, a prevalere è soprattutto la sensazione della sconfitta imminente. Anzi, di una sconfitta. Si guarda al dopo, molto dopo. La sintesi migliore, come spesso accade, è di Benedetto Della Vedova: «Semmai Berlusconi dovesse vincere il derby, non tutto è finito. Anzi, il campionato è ancora lungo. Molto lungo». Ormai non c'è nessuno tra gli uomini del presidente della Camera convinto di poter sfiduciare Berlusconi. Si ragiona come se già fossimo al 15 dicembre. E ormai dentro Fli si prende sempre più in considerazione l'ipotesi che dopo martedì Casini in qualche modo abbandonerà i lidi del Terzo Polo, si avvicinerà al governo. Forse non impegnandosi direttamente ma indicando come ministri alcuni tecnici di area. Per Fini si prepara una sorta di isolamento. Certo, tutto può ancora cambiare e quelle che sono appena iniziate sono le ore davvero decisive. Ma un finiano di stretta osservanza ieri sera laconicamente doveva ammettere: «Hanno vinto Putin, Gheddafi, Ruby Rubacuori e Lele Mora. Non ha vinto il Paese. Ci abbiamo provato a cambiare, nessuno ci potrà mai accusare di non aver nemmeno fatto quel tentativo e di aver accettato tutto supinamente». L'ultimo, disperato tentativo di mediazione con la lettera di Andrea Augello e Silvano Moffa è stato preso male da Fini. Che senza mezzi termini ha giudicato la missiva, parlando con i suoi, come un «documento fuori luogo, che non si può neppure considerare degno di essere preso in considerazione». C'è chi tra i fedelissimi lo considera semplicemente un tentativo di Augello di portare «qualche scalpo di finiano a Berlusconi».  Una rabbia emblematica anche perché appena qualche settimana fa gli uomini di Fli avevano provato l'operazione al contrario, ovvero suggerendo ad alcuni berlusconiani di annunciare l'astensione per cercare di convincere il premier a scendere a patti. Così, a sera, Fini è costretto a far conoscere il suo commento alla lettera di Augello e Moffa che già è stata accettata da Berlusconi a metà pomeriggio: «Una cosa è certa. Il gruppo di Futuro e Libertà non si divide. Voteremo compatti la sfiducia sia alla Camera che al Senato», dice il presidente della Camera parlando ai giovani del suo partito a Genova. Poi aggiunge una frase che nella sua graniticità è allo stesso tempo un segnale di debolezza: «Sono sicuro che non ci divideremo perché ci sono deputati e senatori che hanno fatto una scelta collegata ad una certa idea del centrodestra, una scelta basata sulla volontà di migliorare le condizioni di vita del nostro Paese e di dare un contributo qualitativo alla politica. Nessuno lo ha fatto per interesse, per interesse si rimane altrove». E la fragilità sta proprio in quella premessa inutile: sono sicuro che... Avesse detto direttamente «Non ci divideremo» avrebbe dimostrato maggiore certezza; dubita delle sue truppe. Fini raggiunge al telefono Moffa al quale mostra tutta la sua irritazione. Perché i finiani divisi non sono più un'indiscrezione giornalistica, tutto è stato messo nero su bianco. Che succederà ora? «Andiamo avanti senza tentennamenti, il tempo è scaduto. Berlusconi ha fatto naufragare qualunque tentativo di mediazione», dice un duro come Aldo Di Biagio. Avanti così. Ma i finiani fanno anche la conta interna. Danno ormai per perso Giampiero Catone, considerato un «corpo estraneo». Sono certi che Polidori, Patarino e Siliquini voteranno la sfiducia. Resta il caso Moffa che potrebbe astenersi anche se è più probabile che cerchi fino all'ultimo di non prendere iniziative solitarie e isolate ma di tenere assieme almeno il gruppo delle colombe facendo leva su ciò che dirà Berlusconi in Aula. E Berlusconi, di sicuro, accoglierà molte delle richieste fatte da Fli in queste settimane. E Fini sarà ancora più schiacciato nell'angolo.

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