Considero Umberto Bossi un esempio aristotelico di «animale politico». Un uomo intelligente, navigato, con un fiuto quasi senza pari per gli umori dell’elettorato. Chi non ha pratica delle cose del Palazzo liquiderà le sue dichiarazioni sulla Padania (terra di mezzo geografica) e l’Italia (squadra calcistica) come una delle sparate della Lega. Sbagliato. Ieri sottolineavo che non siamo più nella fase delle bischerate elettorali. Per me Bossi non ci fa né ci è, traduce in politica quel che annusa. La Lega sta per entrare in un passaggio decisivo per la sua storia: o ottiene il federalismo in questa legislatura o torna alle origini con la secessione, oppure finisce in un vicolo cieco e si spegne con la stessa velocità con cui è cresciuta. Al Nord gli elettori non ti votano solo sulla base di un’eterna promessa. Visto così, il comportamento della Lega rientra nella logica di un partito che insegue la continuità e la sopravvivenza. Quel che mi lascia perplesso è che il tasso di spericolatezza di queste manovre è troppo alto. Non si va al governo delle Regioni per poi alzare i decibel, minacciare sfracelli con la vuvuzela valligiana, parlare come se tra il Nord e il resto del Paese vi fosse un fossato pieno di coccodrilli verdi con tanto di ponte levatoio azionato dal braccio dell’Umberto. Quelli che si divertono a leggere le cose del Palazzo assicurano: c’è di più. Berlusconi dice sempre che la Lega è un alleato fedele. Vero, ma c’è anche qualche episodio del passato che non bisogna dimenticare: la caduta del primo governo Berlusconi nel 1994 (per mano della Lega) e la decapitazione di Giulio Tremonti da ministro dell’economia (con la Lega a far da spettatore) nel 2004. Si tende a dimenticare questi due episodi. Errore. La Lega può essere un ottimo alleato, a patto che non si dimentichi mai quali sono i suoi obiettivi. Il partito di Bossi ha avuto - e ha - enormi meriti. Ha fatto crescere nel Paese un minimo di consapevolezza sul rapporto sbagliato, deteriorato, minato tra Nord e Sud, ha aperto una riflessione sulla perdita di sovranità, legge e ordine dello Stato, ha innescato un dibattito sulla natura dell’Europa e sulla sua governance burocratica e senz’anima, ha messo in guardia dalle facili illusioni della globalizzazione. Sono medaglie che Bossi può cucirsi sul petto con orgoglio. Tuttavia, proprio nel momento in cui il Carroccio riscuote i dividendi di questa formidabile politica di identità e territorio, ecco emergere anche l’altro volto del movimento: un partito duro, spigoloso, gratuitamente anti-italiano, un gruppo dirigente che non vuole distinguere la battuta greve dal fatto istituzionale grave, un corpo che si muove come se il resto del Paese gli fosse estraneo e, anzi, prova fastidio fisico e non fa nulla per nasconderlo. La battuta di Bossi sugli azzurri non è casuale, è voce dal sen fuggita, e se anche il Senatur dovesse ridimensionarla, il tema politico sul tappeto resterebbe lo stesso. La Lega deve decidere che profilo darsi, qual è il suo ruolo nel momento in cui non è più partito di minoranza e delle minoranze, ma partito nella maggioranza e delle maggioranze. Oggi per il Carroccio fregiarsi del titolo di partito di lotta e di governo non è più possibile. È nella stanza dei bottoni da anni, ha un capacissimo ministro dell’Interno (Roberto Maroni) guida la parte più avanzata e ricca del Paese. Il tempo delle mele s’è chiuso da un pezzo. La Lega deve decidere se guardare alla Germania, all’Austria e alla Svizzera, oppure rivolgere le sue attenzioni anche al Centro e al Sud dello Stivale e cercare di tenere in piedi una «baracca» che si appresta a celebrare i suoi centocinquant’anni di storia unitaria nel peggiore dei modi. Sia chiaro: scrivo con la speranza che la Lega scelga la strada della costruzione di una nuova stagione dell’Italia unita. Il partito di Bossi può contribuire ad abbattere il pensiero politicamente corretto che ci ha impedito di ripensare la nostra storia, può dare una spinta per introdurre nel Paese il merito e spezzare la pratica della cooptazione, può fare la differenza. Pensierino finale: se il Pdl lascia a Fini il compito di fare l’opposizione a Bossi commette un errore. Fa un enorme favore al Presidente della Camera, che si presenta come outsider vero e un torto all’intelligente e prezioso lavoro fatto in tutti questi anni per tenere la Lega nel binario delle istituzioni. È giunta l’ora di battere un colpo.
Il Senatùr entra a piedi uniti

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