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Appesi al Tar, Consiglio di Stato e Consulta

Giustizia

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Un guazzabuglio giuridico su cui i costituzionalisti si dividono e i cui effetti sono tutti da valutare ma che in extrema ratio possono far rischiare l'annullamento o lo slittamento delle elezioni in Lombardia e Lazio, le due regioni in cui è aperta la cocontesa sulle liste. Le ricadute del decreto legge «salva-liste» dovranno essere misurate sulle decisioni che i Tribunali amministrativi regionali adotteranno (nel merito, essendo già note le decisioni sulle «sospensive») in prima battuta, il Consiglio di Stato in appello, e la Corte Costituzionale sulla legittimità di un decreto che, visti i tempi, sarà convertito in legge solo dopo l'appuntamento elettorale di fine marzo. «Non c'è dubbio che qualsiasi decisione venisse presa dalla giustizia amministrativa per effetto del decreto legge, senza che questo sia poi convertito dal Parlamento, il risultato delle elezioni rischia di essere vanificato», spiega Massimo Siclari, professore di diritto costituzionale all'Università di Roma Tre. In Lombardia, tuttavia, il Tar ha deciso, in via cautelare, di riammettere la lista di Formigoni senza «l'aiutino» del decreto legge, dunque basandosi su una precedente giurisprudenza amministrativa (ribadita dal dl di venerdì scorso) sulle irregolarità meramente formali. Resterà da vedere se la decisione sarà confermata anche nel merito e in appello, ma fintanto che in Lombardia la lista Formigoni sarà riammessa o esclusa non in forza del decreto legge, le elezioni dipenderanno in tutto e per tutto dai tempi della giustizia amministrativa. Più complessa la situazione nel Lazio. Il Tar, in via cautelare, ha deciso di non riammettere la lista del Pdl, sostenendo l'inapplicabilità del decreto legge in una materia già regolata da una norma elettorale regionale. Ora il Consiglio di Stato, sempre in sede di sospensiva, potrebbe ribaltare la decisione dei giudici di primo grado. Ma la parola definitiva arriverà solo dalla decisione di merito che il Tar del Lazio ha preannunciato per maggio, ad elezioni concluse, e rispetto alla quale l'ultima parola è dei giudici supremi amministrativi di Palazzo Spada. In attesa del verdetto finale, il governo potrebbe anche decidere di rinviare le elezioni nelle regioni della discordia, ma la scelta sarebbe politicamente assai onerosa. In una situazione di per sè già caotica, si inserisce la chiamata in causa della Corte Costituzionale, alla quale ha fatto ricorso la Regione Lazio contro il decreto «salva-liste» e contro cui hanno preannunciato altrettanto anche Piemonte e Toscana. Gli atti non sono ancora arrivati a Palazzo della Consulta dove però, in base alla legge La Loggia del 2003, è possibile chiedere la sospensiva dell'atto impugnato prima della decisione di merito. In questo caso la Corte Costituzionale potrebbe anche sospendere, entro un mese, il dl 'salva-listè. I tempi, però, fanno notare a Palazzo della Consulta, sono troppo ristretti e molto probabilmente la Corte si troverà a dover decidere dopo il 28 marzo. In questa guerra a colpi di ricorsi e contro-riscorsi, il peso di qualsiasi decisione politica sarà preminente anche in caso di una non eventuale conversione in legge del decreto «salva-liste»: se i Tar o il Consiglio di Stato delibereranno sulla base di un dl che poi verrà fatto «morire», allora tutto sarà da rifare. Almeno in quelle regioni in cui il guazzabuglio sembra lontano dal definirsi.

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