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Di Girolamo si dimette Ora vuole collaborare

Il senatore Nicola di Girolamo

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Ha preso carta, penna e calamaio e ha salutato la politica. Ha detto addio definitivamente alla grande aspirazione di onorare la memoria di quel padre che fu consigliere di Alcide De Gasperi e che lo lasciò orfano quando aveva solo tre anni. Un'aspirazione da raggiungere a tutti i costi anche chinando il capo alla malavita. Parole di scuse rivolte a Schifani («le chiedo scusa, signor presidente, di averle procurato imbarazzo», parole di scuse alla sua famiglia («le scuse più profonde le devo, tuttavia, a mia moglie ed ai miei figli per quanto hanno patito in questi giorni terribili») e infine per difendere la sua onorabilità: «Dopo tanto fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti». Di Girolamo chiude un capitolo della sua vita, quello degli onori, delle feste e del prestigio, un capitolo che l'ha portato in alto e che ora gli prospetta solamente le sbarre del carcere anche se tenta di giustificarsi: «Non ero consegnato anima e corpo a questi figuranti - spiega nella lettera il senatore riferendosi a degli «individui probabilmente inquinati da frequentazioni criminali». - La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male». E, dopo aver vantato il fatto di essere entrato in Senato forte di una delega affidatagli da 24.500 elettori né mafiosi né delinquenti, continua rivolgendosi a Schifani: «Mi auguro immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o di due incontri disattenti. Sono entrato in Senato da professionista del diritto, incensurato». E ora si apre un altro capitolo, quello dei giudici e dei magistrati del quale Di Girolamo dimostra di non aver paura, anzi, vede come la possibilità di un riscatto: «Le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati ai ho deciso di consegnarmi. Forte della convinzione di collaborazione alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare faticosamente il mio onore». Riabilitarsi è il pensiero ricorrente dell'esponente del Pdl coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio. Prima si affida alla Provvidenza, poi cerca di rassicurare, con altre due lettere, il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri e il suo vice, Gaetano Quagliariello: «Nel gruppo non si è seduto un delinquente, ma un cittadino che ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze». Rassicurazione che diventa un triste appello: «Apro così la strada a un mio personale calvario di cui non conosco il percorso e il tempo ma con la certezza che, nel fondo, troverò quel riscatto per me e la mia famiglia che, confido, mi permetterà di conservare anche la tua missiva». Infine un'ultima lettera Di Girolamo l'ha voluta spedire al senatore Lamberto Dini, presidente della commissione Esteri, comunicandogli le sue dimissioni da commissario. Ora la partita si giocherà tutta al Senato dove è attesa già per questa mattina alle ore 11 una conferenza dei capigruppo che dovrà stabilire quando votare le dimissioni. Un voto segreto, dato che riguarda una persona, che non dovrebbe riservare alcuna sorpresa dato che sia il Pd che il Pdl si sono già espressi a favore della decadenza del senatore. Contemporaneamente il presidente dell'Antimafia, Giuseppe Pisanu, aprirà, con una relazione, la riunione della commissione per discutere del rapporto tra mafia è politica con particolare riferimento al caso che ha coinvolto Di Girolamo. Sempre oggi a mezzogiorno invece è prevista un'audizione dello stesso Di Girolamo davanti alla giunta per le Elezioni e le immunità del Senato. Intanto il mondo della politica accoglie con favore le dimissioni del "quasi ex" senatore. Di «un gesto apprezzabile» parla per l'Udc Gianpiero D'Alia; anche se, precisa il leader centrista Casini, Di Girolamo «ha fatto il perseguitato». Come una decisione «opportuna e condivisibile» le descrive Maurizio Gasparri (Pdl), mentre nell'Idv si parla di «gesto doveroso», chiedendo che si affronti «la questione del voto elettronico degli italiani all'estero».

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