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Il Pd vacilla anche a casa sua

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani

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Chissà cosa starà pensando Primo Greganti. Il compagno G. L'uomo accusato di aver preso tangenti per conto del Pci. L'uomo che fino all'ultimo si professò innocente e, sostengono i maligni, con il suo silenzio salvò i comunisti dal ciclone Mani Pulite. Lui non sarebbe mai finito nei guai per colpa di un bancomat. Magari non ce l'aveva neanche un bancomat. Di sicuro non gli servì per prelevare il miliardo di lire che il partito gli affidò. E che la Guardia di Finanza trovò, comodamente riposto in una valigetta, quando lo fermò nel giugno del 1989 sull'Autostrada del Sole. Altri tempi. Allora, quando un comunista finiva sotto i riflettori, era per fatti eclatanti. Roba da meritarsi un titolo a nove colonne su tutti i principali quotidiani italiani. Ma la storia, si sa, non si ripete mai uguale a se stessa. E così, oggi, bastano un bancomat e una donna per mettere nei guai gli esponenti del Partito democratico. È quello che è successo al sindaco Pd di Bologna Flavio Delbono sbattuto in prima pagina per colpa di quella tessera magnetica che, il caso vuole, venne introdotta in Italia per la prima volta a Ferrara. Sempre Emilia Romagna. La rossa Emilia Romagna. Che oggi, ad appena sette mesi dalle elezioni amministrative, guarda già con preoccupazione a ciò che accade sotto le Due Torri. La vicenda, a dire il vero, era già venuta fuori durante la campagna elettorale di giugno quando il candidato Pdl Alfredo Cazzola aveva accusato Delbono di «non corretto utilizzo di denaro pubblico» ai tempi in cui era vicepresidente della Giunta regionale. Si parlava di viaggi in giro per il mondo con la sua ex segretaria personale ed ex compagna Cinzia Cracchi. Il tutto a spese dei contribuenti. Oggi quelle accuse si arricchiscono di nuovi particolari. Come quello del bancomat che tanto sembra imbarazzare Delbono. L'ex vicepresidente della Regione lo regalò alla Cracchi, ma non era suo. Era intestato a un amico, tale Mirko Divani. Perché? È una delle cose che stanno cercando di capire gli inquirenti. Di certo si sa che il sindaco, indagato dalla procura di Bologna, lo rivoleva indietro. «Flavio voleva che glielo rendessi, questo bancomat oramai bloccato» racconta la Cracchi che, tra le altre cose, parla di offerte economiche e di lavoro, rifiutate, da parte del suo ex amante. E mentre la Cgil accusa la Giunta bolognese di aver fatto poco o niente per affrontare la crisi, si scopre anche che alcuni dirigenti del servizio sanitario regionale avrebbero lavorato per impedire ad Ignazio Marino di entrare al Policnico universitario Sant'Orsola di Bologna. Il motivo? La decisione del chirurgo-senatore Pd di candidarsi alle primarie contro l'emiliano doc Pier Luigi Bersani. Niente male per una Regione che è da sempre un fulcro del potere Democratico. «Dopotutto - commenta Giancarlo Mazzuca, candidato del Pdl alle prossime Regionali - quando alcune realtà diventano dei feudi, ricordo che il governatore uscente Vasco Errani si ricandida per la quarta volta, si fa strada una certa arroganza del potere per cui tutto è consentito». Ma se Atene piange, Sparta non ride. Basta attraversare l'Appennino, con l'Alta Velocità ormai ci si impiega una mezz'ora, per ritrovare il Pd alle prese con un'altra situazione spinosa. E sempre in una città orgogliosamente rossa. Stavolta, a mettere nei guai i Democratici, è il calcio. A Firenze la giunta guidata da Matteo Renzi è ai ferri corti con il patron della Fiorentina Diego Della Valle. La società da tempo sta portando avanti il progetto della «cittadella viola»: un'area in cui, oltre al nuovo stadio, dovrebbero sorgere negozi, musei, aree verdi. Per dirla con le parole di Della Valle: «Un progetto completo per creare un'area dove sport, commercio, vita sociale e cultura convivano, con un occhio di riguardo per i più giovani; un'idea per cercare di far restare Firenze e la Fiorentina al vertice del calcio italiano e in quello europeo». Purtroppo per ora, anche a causa di inchieste che hanno coinvolto esponenti della precedente Giunta, tutto è rimasto su carta. Così il nuovo sindaco ha cercato una soluzione intermedia offrendo alla Fiorentina la possibilità di gestire il vecchio stadio e l'area circostante. Ma l'accordo non è andato in porto e l'assessore allo Sport Barbara Cavandoli (vicina a Lapo Pistelli, uno degli «avversari» interni di Renzi) si è dimessa. Niente di male se non fosse che anche qui, come a Bologna, la giunta è in carica da sette mesi e ha di fatto perso la donna che gestiva il capitolo più delicato e importante per lo sviluppo futuro della città. Non è un caso che durante l'ultimo consiglio comunale, assente la Cavandoli, il sindaco Renzi abbia fatto approvare un ordine del giorno in cui il comune si impegna a stanziare 80 milioni di euro per la ristrutturazione dell'Artemio Franchi in vista della possibilità di ospitare gli Europei 2016. Il deputato Pdl fiorentino Gabriele Toccafondi ha chiesto che il sindaco, in viaggio negli Usa, torni subito per affrontare la «grave crisi». Renzi ha risposto tramite Facebook (è pur sempre una giovane promessa del Pd) spiegando che tutto si chiarirà «al rientro». Nel frattempo resta in America. Forse pochi per far dimenticare ai vertici romani dei Democratici che, a meno di un anno dalle elezioni, i governi di due città simbolo del centrosinistra sono ad un passo dalla crisi politica. Ormai anche l'asse Bologna-Firenze è avaro di soddisfazioni per un partito che da, quando è nato, ha perso inesorabilmente e costantemente consensi. Ed ora rischia di essere spazzato via dall'accoppiata più esplosiva: quella tra donne e pallone. Nicola Imberti

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