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"Basta giustizia parliamo di economia"

Fassina

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Lo scorso settembre, in un articolo pubblicato sull'Unità, Stefano Fassina attribuiva a Pier Luigi Bersani il seguente slogan: «Meno uffici stampa, più uffici studi». Parole che servivano a semplificare la svolta che l'ex ministro dello Sviluppo Economico voleva imprimere al Pd. Ed è anche grazie a quella svolta che oggi Fassina, direttore scientifico di Nens (associazione fondata da Bersani e Vincenzo Visco ndr), siede nella segreteria come responsabile Economia e Lavoro del partito. L'impressione di questi giorni è che il Pd stia cercando in tutti i modi di andare oltre la sterile polemica sulla giustizia. È così? «Non c'è dubbio che il nostro obiettivo è quello di confrontarsi nel merito delle politiche del governo e della maggioranza. Noi vogliamo parlare al Paese, alle forze produttive, agli imprenditori e dimostrare loro che la politica economica di questo esecutivo è sbagliata. Non possiamo usare tutte le nostre carte nello scontro sulle abitudini sessuali del premier o sui suoi problemi giudiziari». Cos'è una critica a chi ha gestito il partito fino ad oggi? «Il Pd è nato dopo un'esperienza infelice di governo in cui c'era una maggioranza rissosa e disomogenea. Poi c'è il dato della cultura politica di chi ha avuto in questi mesi la responsabilità nella direzione del partito. Ed è chiaro che si tratta di un modo diverso di intendere l'opposizione. Anche per questo, io credo, abbiamo perso voti». Quindi, secondo lei, occorre rimettere a tema i problemi del Paese. Ma in che modo? «Stamattina (ieri ndr) abbiamo proposto il superamento degli studi di settore. Dovremmo lavorare ad una riforma degli ammortizzatori sociali così come ha chiesto il governatore di Bankitalia Mario Draghi. Mettiamoci attorno ad un tavolo e confrontiamoci. Lo abbiamo già fatto sul made in Italy e sulla ratifica della direttiva Ue sullo small business act. Come vede da parte nostra ci sono le proposte e la volontà politica». E da parte del governo? «Non mi pare come dimostra la decisione di mantenere, nonostante tutto, il voto di fiducia sulla Finanziaria. È stata un'occasione persa. In questo modo si fa il gioco di chi, in Parlamento e fuori, mantiene un atteggiamento populista. Si favorisce un tipo di opposizione che non è quella che vogliamo fare noi. Il Pd non chiede che venga approvato tutto ciò che proponiamo, chiediamo un normale confronto democratico. Sarebbe utile, ad esempio, che il ministro Tremonti venisse in Parlamento e dedicasse un'intera giornata ad una discussione seria sulla crisi». Ammetterà, però, che non è facile discutere se ogni volta c'è qualcuno che grida all'inciucio. «La civiltà di un confronto possibile passa attraverso la capacità di costruire un'agenda di temi che interessano il Paese. Se discutiamo di questi l'ideologia ha più difficoltà ad attecchire». Quindi, nonostante tutto, voi non avete intenzione di retrocedere da questa posizione? «Noi, sempre di più, cercheremo di fare proposte di merito perché ci interessa un'opposizione che costruisce e non che distrugge. Sta al governo dire se è interessato».

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