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"Subito un censimento delle navi affondate"

Paolo Russo

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«Le navi "tossiche" non sono una notizia nuova: la novità, grossa, è che per la prima volta c'è un reale riscontro». Ne è convinto Paolo Russo, attuale presidente della Commissione agricoltura della Camera (Pdl) e dal 2002 al 2006 presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Cosa pensa delle «navi a perdere»? Non la sorprende che solo adesso sia esploso il caso? «Il problema è conosciuto da tempo, ma oggettivamente non c'era stato sino a qualche giorno fa un elemento certo che potesse dare credito a sospetti, sia pure fondati. Congetture, voci, strani e indecifrabili "incroci" hanno coperto a lungo una vicenda ora tutta da esplorare». Ci voleva un pentito per scoperchiare la pentola? «Diciamo che si è trattato di una "sollecitazione", anche se è risultata determinante visto l'immediato riscontro. C'è da dire, comunque, che le Procure di Paola e di Reggio Calabria hanno avviato da tempo inchieste specifiche su una regia nazionale del sistema. Insomma, a mio avviso non è del tutto casuale che la rivelazione sia arrivata in questo periodo d'indagine».  Cosa intende per censimento delle navi? «Catalogare in maniera specifica tutte le navi, una quarantina, che si sono inabissate negli ultimi trent'anni nel Mediterraneo, in particolare in Calabria. Credo che oggi come oggi questa sia un'occasione straordinaria per fare luce su un "giallo" finalmente risolvibile». Quali sono i contorni del «business dei veleni»? «La criminalità organizzata ha fiutato da tempo un grande affare: la motivazione è esclusivamente economica, visto l'alto differenziale esistente tra uno smaltimento legale di rifiuti tossici e l'inabissamento di una nave stracolma di pericolosissimi fusti». Come si è sviluppata la gestione dell'«affare» tra le mafie? «Nel tempo c'è stata una sorta di ripartizione criminale. La camorra campana si è occupata del traffico dei rifiuti illeciti a terra, arrivando anche a "riconvertire" alcune attività preesistenti. Mi riferisco, in particolare, ai laghetti artificiali prima svuotati per utilizzare la sabbia per il ciclo dell'abusivismo edilizio e poi riempiti di rifiuti. Per non parlare degli spiaggiamenti in mare degli stessi nonché dell'utilizzo dei greti dei fiumi e addirittura di condutture ordinarie e di pozzi agricoli. Insomma, la fantasia criminale non ha avuto limiti. Dunque, mentre il meccanismo a terra era governato con la complicità della camorra, tutte le indagini svolte in questi anni hanno ricondotto alla 'ndrangheta per quanto riguarda lo smaltimento in mare, quasi sempre attraverso affondamento di navi».  Può darci qualche indicazione sul business in termini economici? «Premetto che in numericamente il grosso affare non sta nelle assicurazioni dei navigli fatti affondare, visto che quasi sempre si tratta di vecchie carrette con migliaia di ore di navigazione. Si può stimare, con una certa approssimazione, che una nave di cento metri carica di rifiuti tossici da smaltire viene a costare alla criminalità tra i 4 e i cionque milioni d euro, a operazione ultimata. Lo stesso carico, legalmente smaltito, costerebbe tra i 35 e i 40 milioni di euro. Ovvero, dieci volte di più». Come giudica la minaccia di Legambiente di costituirsi parte civile presso la Procura di Paola? «Un'iniziativa assolutamente meritoria. Dobbiamo aprire gli occhi: dopo la tratta degli schiavi e, più recentemente del traffico di stupefacenti, quello dello smaltimento in mare dei rifiuti tossici è la sfida delle mafie di questo secolo».  Geograficamente e cronologicamente come è configurabile l'espansione di questo traffico? «Negli anni '90 le mete più conosciute erano quelle dell'Est europeo e, successivamente, dell'Africa subsahriana. Ma purtroppo il Mediterraneo, il "mare nostrum", era già diventato protagonista».  Si possono già quantificare i danni? «Sono inimmaginabili. Il calcolo è problematico in quanto occorrerebbe prima capire di cosa ragioniamo. Non volesse mai il cielo in fondo al nostro Mediterraneo ci fosse del materiale radioattivo, è evidente che i danni ambientali sarebbero gravissimi. Per non parlare dei costi di recupero delle scorie e della loro messa in sicurezza».  Cosa deve fare l'Italia? «Da un punto di vista etico, un Paese ha il dovere di tutelare il proprio territorio e i propri abitanti. Serve un grande piano Marshall per la bonifica dei mari e, per quanto riguarda il Mediterraneo, l'Europa non dovrebbe restare a guardare. I traffici non sono soltanto nazionali, si tratta di vicende internazionali. E, in Italia, non bisogna cadere nel tranello culturale del Sud criminale tout-court. Non voglio fare politica meridionalista, ma nei mari del Sud vengono sversati propdotti altamente inquinanti provenienti da grandi realtà industriali del Nord».

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