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Bastava dire la verità

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Boffo però indica anche questo giornale tra gli artefici di quella che definisce «bufera di proporzioni gigantesche» e «attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce»: per questo primo motivo (ce n'è anche un altro) ci corre l'obbligo di una spiegazione ai nostri lettori. Noi abbiamo ripetuto per giorni lo stesso concetto: da mesi assistiamo a una campagna di stampa contro il capo del governo che non si è fatta scrupolo alcuno di sfondare le più elementari barriere di riservatezza e di rispetto umano, vale a dire quelle che impongono di fermarsi di fronte alla porta di casa. Abbiamo invece assistito all'utilizzo spregiudicato di fotografie e di registrazioni che non avrebbero mai dovuto trovare credito nelle redazioni di una stampa libera e responsabile. Ciò ha prodotto un clima evidentemente arroventato, nel quale si è inserita la rivelazione del Giornale di Feltri, che, in fondo, altro non ha fatto se non tornare su una notizia già uscita in passato. Noi mai abbiamo insistito sulla vita privata del direttore Boffo, che crediamo sinceramente appartenga solo a lui. Abbiamo però chiesto pubblicamente che lui rendesse nota la sua versione dei fatti, in presenza di un decreto di condanna che lo riguarda. Sarebbe stato un modo saggio di reagire alla rivelazione di Feltri, forse anche capace di chiudere la vicenda. Invece la scelta è caduta su una strategia opposta, quella di rispondere colpo su colpo alle critiche senza mai entrare nel merito della vicenda, lasciandola così appesa a quelle scarne parole del decreto di condanna (non sostenute dagli altri documenti secretati dal magistrato). Su questo punto noi diciamo, con semplicità e massima onestà intellettuale, che si doveva scegliere l'altra strada. C'è poi un secondo motivo per cui ci sentiamo in dovere di una risposta. Riguarda un altro passaggio della lettera di dimissioni di Boffo, quello in cui dice che «un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani». L'espressione è oscura, obliqua ed offensiva. Meriterebbe ben altra replica, ma preferiamo consegnarla all'oblio ed addebitarla ad un comprensibile momento di rabbia e delusione. Adesso quel che ci preme è guardare avanti, all'autunno che arriva ed ai tanti problemi che sono nell'agenda politica nazionale. Gestite in modo egregio diverse emergenze (dai rifiuti in Campania al terremoto in Abruzzo) il governo è atteso da una prova difficilissima, quella di mettere l'Italia nel solco dei Paesi che spingono verso il futuro in modo virtuoso. Per fare questo occorre grande forza politica e capacità di interloquire con i numerosi soggetti che hanno ruolo in Italia. Tra essi c'è naturalmente la Chiesa, il cui magistero morale è parte integrante della nostra storia e della nostra vita politica. Dobbiamo dire ad alta voce che l'avversario si batte nell'urna elettorale, mai con altri mezzi. Dobbiamo gridare in tutte le piazze che non si scava in modo assillante nella vita delle persone, quale che sia l'incarico ricoperto (fermo restando il dovere alla trasparenza di chi ha un ruolo pubblico). Dobbiamo evitare di prendere per buona la via della doppia verità: troppo spesso a sinistra non si riesce a guardare al Cavaliere senza gli occhi iniettati di odio e disprezzo. Non serve un autunno di dossier e attacchi dietro le spalle. Serve una informazione coraggiosa di cui l'Italia è ben capace, tanto è vero che un uomo tanto potente nei media come Berlusconi è anche oggetto di critiche come nessun altro primo ministro d'Europa. I direttori dei giornali, di tutti i giornali, passano. Ma la vita continua.  

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