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Petrolio, la lotteria dell'oro nero

Barili di petrolio in una raffineria

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Ce n'è abbastanza. No c'è. Finirà tra venti anni. Oppure no. Forse tra quaranta. In tema di petrolio e del suo possibile esaurimento le stime sono le più disparate e molte volte già smentite. È già successo nel 1972 con le previsioni del Club di Roma, fondato nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scozzese Alexander King, che un anno prima della prima grande crisi petrolifera spiegò al mondo che l'umanità nel 2000 si sarebbe trovata di fronte alla rarefazione delle risorse naturali. Sono già passati nove anni da quella data. E il petrolio sembra essere salito solo per grandi movimenti speculativi più che per la sua effettiva scarsità. Nei giorni scorsi ci ha pensato anche l'International Energy Agency di Parigi. «Il mondo è sull'orlo di una crisi energetica disastrosa» ha dichiarato Fatih Birol, eminente economista,al quotidiano Independent. «I maggiori giacimenti di petrolio si esauriranno prima del previsto e una crisi dell'energia entro i prossimi cinque anni potrebbe rallentare la ripresa economica e l'uscita dalla recessione». Secondo Birol, molti Paesi sembrano non realizzare che il picco della produzione di petrolio verrà raggiunto nel giro di una decina d'anni, ovvero almeno 10 anni prima delle stime precedenti, e non stanno facendo nulla per prepararsi ad una possibile crisi. Secondo una recente verifica di 800 dei maggiori giacimenti petroliferi del mondo, i più grandi tra questi hanno già raggiunto il loro picco ed il ritmo con cui la produzione sta diminuendo è già il doppio rispetto a quanto previsto due anni fa. Insomma la catastrofe è annunciata. Prima di arrivare alla candela però bisogna tener conto di una serie di fattori che potrebbero facilmente rimettere in discussione anche la più certa delle previsione. «La prima che il ritmo di scoperta di nuovi pozzi è proporzionale al prezzo dell'oro nero - spiegano i tecnici consultati da Il Tempo -. Più il prezzo è alto più conviene sfruttare i giacimenti dai quali è più difficile estrarre il greggio». Questo è l'assunto sul quale si basa lo sfruttamento delle cosiddette scisti bituminose. Fino a qualche anno fa, l'estrazione del petrolio in questa forma era difficile e anti-economica. Non più così oggi. si stima i giacimenti di scisti bituminosi, a livello mondiale, contengano oltre 3.300 miliardi di barili di petrolio, ed oltre la metà di questa nuova ricchezza si trova nel sottosuolo degli Stati Uniti che da qualche anno hanno iniziato a implementare tecnologie e procedimenti per l'estrazione. Forse conteggiando anche questa riserva l'approvvigionamento di petrolio potrebbe allungarsi per qualche altro decennio. Smentendo Birol. Da non sottovalutare poi il fatto che le economie emergenti hanno sì bisogno di petrolio ma a oggi il consumo di carburante pro capite per gli abitanti di queste regioni è ancora basso se paragonato a quello degli occidentali. Dunque l'idea di un Est del mondo che comincia a succhiare risorse a più non posso non è ancora realistica. Anche perché nel frattempo i modelli di consumo «virtuosi» stanno facendo breccia anche in questi paesi. Ancora da segnalare il fatto che le tecnologie sempre più accurate consentono già oggi di portare il livello di sfruttamento di un vecchio pozzo dal 40% al 70% della sua capacità. Anche in questo caso la variabile è solo il prezzo del barile in grado di remunerare tecniche sempre più costose. Da segnalare infine che uno degli elementi che influenzano l'effettiva disponibilità di petrolio è anche la capacità di raffinazione. Nei paesi occidentali gli impianti sono vecchi e inquinanti e quelli nuovi osteggiati dalle popolazioni. Fattori che fanno pensare che l'unica leva forse che farà cambiare direzione energetica sarà quella ambientale, e cioè l'emissione di Co2, piuttosto che l'esaurimento delle riserve fossili preconizzato dagli economisti.

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