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Per i magistrati l'avvocato inglese agì "da falso testimone per proteggere il Cav"

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È questa la motivazione depositata ieri dai giudici del tribunale di Milano nel motivare le ragioni della condanna decisa il 17 febbraio scorso di David Mills per corruzione in atti giudiziari in concorso con Silvio Berlusconi. Il premier in questo processo non c'era, perché la sua posizione è stralciata in attesa che la Consulta valuti la costituzionalità del Lodo Alfano. Il fatto, però, di essere presunto concorrente necessario nel reato di corruzione in atti giudiziari rende il presidente del consiglio il «convitato di pietra» nel processo. Nelle 376 pagine della sentenza la Corte spiega che i 600 mila dollari ricevuti dal marito separato del paymaster-general del governo Brown, Tessa Jowell, provenivano dalla Fininvest ed erano destinati a far sì che Mills mentisse o fosse reticente, nel '96 e nel '97, in due vecchi processi milanesi riguardanti il gruppo televisivo: quello sulla corruzione nella Guardia di Finanza e All Iberian. «Il fulcro della reticenza di David Mills — annotano i giudici — in ciascuna delle sue deposizioni, sta nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off-shore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti». Nel motivare l'entità della condanna di Mills, i giudici, presieduti da Nicoletta Gandus, che Berlusconi ricusò senza esito, sottolineano «l'oggettiva gravità della condotta, di assoluta rilevanza nei procedimenti in cui è stata posta in essere, anche in ragione della qualità e del numero dei reati» giudicati in quei due processi. Da Mills vi fu un' «inflessibile determinazione» nel progettare e commettere il reato, la cui «assoluta rilevanza» è motivata anche del «ruolo istituzionale di alcuni dei soggetti imputati nei procedimenti».

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