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Lerner: "Dico no a Franceschini, così si rinviano solo i problemi"

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Nella memoria del giornalista, che di quell'Assemblea entrò a far parte dopo le primarie del 14 ottobre 2007, quel momento è la fotografia di ciò che il Pd era ed è: un partito a basso tasso di democrazia. «Mi risposero che così fanno tutti - ricorda -. Ma noi non dobbiamo essere come gli altri». Crede sia questo il motivo del fallimento di Veltroni? «Veltroni è stato anzitutto vittima di un equivoco accettato e subito all'atto della sua designazione a segretario». Cioè? «In nome dell'unità del partito ha sopportato di essere sostenuto da una nomenklatura che, al proprio interno, aveva linee politiche opposte alla fisionomia del partito». Anche lei è un teorico del complotto? «Veltroni è stato sostenuto da un accordo di potere che ne ha strumentalizzato la popolarità per poi continuare, all'ombra della sua leadership, a coltivare il proprio orticello». Quindi ha fatto bene a dimettersi? «Io credo che dovesse dimettersi dopo la sconfitta elettorale di aprile che sanciva il fallimento dell'idea di andare da soli seppellendo l'esperienza dell'Ulivo. Quindi si è dimesso troppo tardi e, soprattutto, si è dimesso per un cedimento personale. Non per spirito di servizio nei confronti del partito». Però si è assunto le sue responsabilità. «Nella conferenza stampa di addio ha parlato dell'infausto trattamento subito, dei suoi limiti personali, ma solo marginalmente ha fatto delle considerazioni di carattere politico». Tipo spiegare come mai il Pd continua a perdere? A proposito, perché perdete? «Il Pd perde perché, a dispetto del nome, non è democratico. Se tu sostieni la sovranità dei cittadini elettori, ma poi fai l'esatto contrario favorendo pateracchi e accordi di potere, sei inevitabilmente destinato ad essere una forza subalterna all'avversario sul piano culturale». Insomma, meglio il centrodestra? «Quelli almeno hanno un vero Cesare. Noi solo una combriccola che tende ad autoperpetuarsi». Crede che oggi, nell'Assemblea nazionale, la "combriccola" verrà spazzata via? «Personalmente auspico che oggi ci possa essere il rigetto di quella che è, a tutti gli effetti, una non soluzione. L'elezione di Dario Franceschini sarebbe l'ennesimo rinvio che soffocherebbe la possibilità di affrontare i veri nodi politici». Quante possibilità ci sono che il suo auspicio diventi realtà? «Diciamo che è probabile e possibile che prevalga la decisione di andare ad un congresso anticipato e, subito dopo, alle primarie». Che futuro immagina per il Pd? Si tornerà alla divisione Ds-Margherita? «Il Pd è l'unico contenitore possibile in questo periodo storico. Non vedo il pericolo di un ritorno al passato, piuttosto esiste il rischio di una frantumazione. Rutelli e alcuni teodem, ad esempio, potrebbero uscire per costruire un nuovo centro con Casini. Ma si tratterebbe di una scelta personale che non cambierebbe nulla in termini numerici». Pentito di essersi coinvolto in questa avventura? «Assolumente no. Credo che questo sia un cataclisma benefico che non riguarda solo Veltroni, ma anche D'Alema, Marini, Rutelli, Bersani. Leader rispettabili che devono capire che la loro stagione è conclusa e che si va verso un rinnovamento. Ci vorranno degli anni, ma il Pd è l'unico luogo in cui può maturare un'alternativa credibile».

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