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Rai, dipendenti in allarme. La pensione è a rischio

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Che secondo lo studio di un gruppo di iscritti al fondo non avrebbe rispettato i due pilastri fondamentali di una gestione oculata: un rendimento almeno pari a quello spuntato dai titoli di stato e una relativa sicurezza degli investimenti nel portafoglio. Niente di tutto questo sarebbe avvenuto. Lo strumento previdenziale avrebbe reso, infatti, negli otto anni presi in esame dal dossier, non solo meno del Trattamento di fine rapporto e cioè il 2,83% all'anno, ma anche molto meno di uno degli investimenti più tranquilli dal punto di vista del rischio: i Bot (Buoni ordinari del tesoro) nello stesso arco di tempo hanno messo a segno un guadagno medio annuale del 2,90%. Fin qui il danno. A cui non può non seguire la beffa. Sì perché, buona parte delle quote di liquidità versate dai lavoratori, invece di essere dirottate verso investimenti sicuri come, appunto, titoli statali o di grande organizzazioni internazionali, dunque con una garanzia di rimborso del 100%, sono finite in assicurazioni e in gestioni patrimoniali. Prodotti con una rischiosità più elevata e che, in tempi di crisi finanziaria come quella che il mondo sta attraversando, non danno la matematica certezza di rispettare le promesse in termini di guadagno. Insomma i dipendenti della Rai che hanno aderito al Craipi hanno rischiato più di quanto dovuto e incassato meno di quello che avrebbero potuto ottenere con un semplice investimento in Bot. Detto con le parole del gruppo che ha messo la lente su tutti i documenti contabili disponibili, «il portafoglio finanziario è abnormemente disallineato rispetto a quello di altri fondi pensione simili». Una scelta, quella di puntare in maniera così decisa verso prodotti caratterizzati da un elevato rischio di liquidità e di rendimento, in nessun modo compatibile con le norme di legge per il settore su cui vigila la Covip e soprattutto con i criteri di sana e oculata prudenza, leggi del buon padre di famiglia, che dovrebbero essere applicati in casi del genere. Non è stato così. Il gruppo di dipendenti ha presentato un istanza per ottenere chiarimenti. E nel documento stilato dagli stessi risulta che dal 2000 nella composizione del portafoglio del fondo il peso dei titoli di stato è progressivamente sceso dal 26,73% a un misero 3,19%, mentre è aumentato in maniera esponenziale la presenza di gestioni patrimoniali (dal 15,57% al 36,26%) e soprattutto degli investimenti in polizze assicurative (dal 19,49% al 34,74%). Una gestione sicuramente più rischiosa secondo le leggi dell'economia potrebbe anche essere accettata. Ma al prezzo di ottenere rendimenti più elevati. Cosa che, secondo gli occupati Rai estensori del dossier. non sarebbe avenuta per il Craipi. Una simulazione sulla base dei risultati maturati negli otto anni di analisi dà ben poche speranza ai contribuenti di ottenere una rendita integrativa adeguata ai versamenti. I 100 euro depositati nel 2000 sono diventati quest'anno 103,01. Lasciati nel Tfr vecchio stile sarebbero ora 124,99 e ancora meglio se investiti in Bot. A oggi gli stessi avrebbero un valore di 125,63 euro. C'è ancora un altro tassello da mettere per capire come la beffa per i dipendenti Rai sia più di una. La prima, spiega il dossier dei dipendenti, è che all'interno del grande mondo di viale Mazzini esiste un secondo fondo di previdenza integrativa riservato ai dirigenti Rai, il Fipdrai, più lungimirate sicuramente se si considera che il suo rendimento annuale è stato mediamente del 2,09%. La seconda è che qualcuno, nello stesso settore, è stato ancora più bravo. Il Mediafond, lo strumento complementare dei lavoratori di Mediaset, ha messo a segno un guadagno che ogni anno è stato del 2,97%. Notazione aggiuntiva, quest'ultimo risultato vale per la linea di investimento prudente a disposizione dei dipendenti del Biscione. Loro hanno, infatti, una scelta tra diversi comportamenti da parte del gestore tra un minore e un maggior rischio. A quelli del Craipi, al contrario, l'opzione non è concessa. La scelta è unica. Infine la protesta, anche questa è limitata, scrivono i dipendenti Rai. L'assemblea dei delegati che rappresenta gli iscritti è in regime di proroga da diversi anni. Il cda che dovrebbe essere composto da 8 membri si è ridotto a sette e opera anche lui in regime di prorogatio. Nel collegio dei revisori manca un sindaco. Il responsabile del fondo è da gennaio un componente che siede da dieci anni nel cda.

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