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Il neopresidente delle commissione non si dimette e tiene in ansia il Partito Democratico Vigilanza, telenovela senza fine Domani Villari vede Veltroni: «Non cambio posizione»

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Domani Villari vede Veltroni: «Non cambio posizione»

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Cinque mesi di inutili convocazioni, accuse, ripicche, ultimatum. Un spettacolo a dir poco penoso. Poi, all'improvviso, la svolta. La maggioranza che aveva sempre disertato le riunioni, si presenta per la prima volta in commissione e nel giro di due giorni ecco spuntare dal cappello il presidente: il senatore Riccardo Villari del Pd. Tutto finito? Neanche per sogno. Walter Veltroni e i suoi gridano al golpe. Antonio Di Pietro evoca il regime. Villari è sì esponente dell'opposizione come vorrebbe la prassi, è stato eletto con i voti della maggioranza ma anche da due esponenti della minoranza. E allora? Cosa c'è che non va? Semplicemente non è il candidato che Pd, Idv e Udc avevano scelto. Loro preferivano Leoluca Orlando. Così la telenovela continua. Viene intimato al senatore di dimettersi subito. Lo si accusa di essersi venduto, di aver tradito. Lui chiede di incontrare il Capo dello Stato e i presidenti di Camera e Senato. Assicura che non farà niente contro il proprio partito, che si dimetterà solo quando maggioranza e opposizione troveranno l'intesa su un altro nome e, almeno per ora, resta saldo al suo posto. Ieri, infine, l'ultimo colpo di scena. A metà pomeriggio Villari fa sapere di aver sentito telefonicamente Veltroni, che il segretario lo riceverà domani e che, in ogni caso, tutti stanno «serenamente lavorando» per risolvere il problema della Vigilanza. «Ho telefonato io a Veltroni - spiega - per il quale nutro grande rispetto e stima, perché io l'ho votato e per lui provo anche dell'affetto. Sarebbe dovuto venire a Casal di Principe per una manifestazione, ma non c'è l'ha fatta perché sta a casa malato con la febbre, perciò gli ho telefonato io e gli ho chiesto un incontro lunedì. Non chiedetemi però cosa andrò a dirgli perché in queste ore vorrei parlare il meno possibile per tutelarmi. La mia linea è sempre quella che ho già detto. La mia posizione resta la stessa». Ma un'ora dopo, mentre tutti si esercitano nella difficile arte di capire cosa si siano detti Villari e Walter, ecco una nota ufficiale del Pd con la quale si spiega che tra i due non c'è stato alcun colloquio telefonico e che il senatore ha conversato semplicemente con Walter Verini, capo segreteria di Walter, che gli ha fissato l'incontro. Il «giallo» della telefonata è l'unico elemento di novità in un «serial» in cui tutti, ormai, recitano a memoria. Antonio Di Pietro accusa Silvio Berlusconi di essere il «mandante dell'omicidio politico della democrazia parlamentare». Il Pd insiste per le dimissioni di Villari, lasciando intravedere addirittura la possibilità di un'espulsione del senatore dal partito. Marco Pannella invita i Democratici «a recedere da un comportamento che mi appare di sapore fortemente eversivo» e annuncia che riprenderà lo sciopero della fame e della sete. A questo punto la domanda nasce spontanea: ma non interessa proprio a nessuno il fatto che l'Italia sia in recessione?

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