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BOLOGNA «È vero che le banche ci ...

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E allora sì che potrebbero fare la voce grossa con le banche e queste non potrebbero rifiutare quei prestiti che ora danno con il contagocce». Tra tanti imprenditori che puntano il dito contro il sistema bancario e la crisi dei mutui, c'è chi chiede anche agli imprenditori di farsi un esame di coscienza. Nel parterre del convegno «Rinati per esportare: La piccola industria e l'estero» organizzato a Bologna dalla piccola industria di Confindustria e dal suo battagliero presidente Giuseppe Morandini, in un capannello di imprenditori avvelanti con le banche c'è chi sbotta. Luigi Antinori, presidente della piccola impresa delle Marche, un'azienda, la Complit, che fabbrica cappelli e accessori di abbigliamento, guarda il problema crisi da un'altra angolazione. «Ciò che le banche chiedono alle imprese è una forte patrimonializzazione. Anche noi imprenditori dobbiamo fare la nostra parte. Invece c'è la tendenza a mantenere il capitale basso e quando si facevano utili, si spendevano nel privato. Allora non ci lamentiamo se presentandoci in banca a chiedere un prestito con un'azienda sottocapitalizzata troviamo i rubinetti chiusi». Antinori mette il dito nella piaga: «Molte imprese finora hanno investito utilizzando soprattutto i prestiti delle banche anzichè i propri utili». Ma al di là dell'autocritica, sono le banche sul banco degli accusati della piccola e media impresa. «Da quando è esplosa la crisi finanziaria, gli affidamenti sono diminuiti del 20%. Per ottenere un prestito, le garanzie, che comunque devono avere un'entità doppia rispetto all'erogato, non sono più sufficienti, ora ci chiedono anche le fideiussioni personali. Non solo. I costi dei servizi bancari sono raddoppiati. Insomma c'è un deficit di fiducia delle banche verso le imprese», accusa Vittorio Silvestri, delegato per il credito per le pmi in Abruzzo e un'azienda, la Silver Car che produce attrezzature per autoveicoli. «Il 94% del sistema imprenditoriale in Abruzzo è fatto da piccole imprese e le banche ci stanno soffocando» è il suo grido d'allarme. Silvestri scende nel dettaglio: «La mancanza di liquidità sta bloccando gli ordini e l'impatto sull'occupazione si farà sentire. Nella mia regione sono a rischio 4-5 mila posti e io stesso, per la prima volta dopo 40 anni, potrei essere costretto a servirmi della cassa integrazione». I settori più colpiti? Silvestri indica il metalmeccanico e l'informatica. Dall'Abruzzo al Veneto, anche il ricco Nord Est è in difficoltà. «I consumi si stanno riducendo anche nel ceto alto. C'è un atteggiamento psicologico che induce a stringere la cinghia anche da chi non ha problemi di reddito. Cioè la moglie del solido professionista, la ricca manager prima di entrare in un negozio guarda nell'armadio se quell'acquisto è proprio necessario. Anzi spesso è il marito che le rimprovera l'ennesima borsa griffata. Ma era proprio necessaria?». Paolo Bastianello titolare della Marly's che produce a Arzignano in provincia di Vicenza, confezioni per donna di target alto, lamenta la contrazione degli ordini. «Oltre al crollo dei consumi con le vendite calate del 15%, c'è la rigidità delle banche per il credito. I tempi di attesa sono aumentati. Fino a poco fa la richiesta di finanziamenti era soddisfatta in 15 giorni circa, ora in un mese. E se non investiamo specie sull'estero non si va avanti». «Le condizioni bancarie sono peggiorate. I funzionari bancari sono diventati diffidenti, più cauti» dice Delio Napoleone, vicepresidente nazionale della piccola impresa e un'azienda a Pescara di materie plastiche. Ma c'è chi mette sotto accusa anche i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Modesto Lolli dell'Aquila con la Tecsistem attivo nell'arredo urbano e nei prefabbricati dice: «Bisogna aspettare anche un anno prima di essere pagati. Quanto alle banche nessuna vuole investire nel capitale di rischio».

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