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L'opinione pubblica segue distrattamente gli avvenimenti ...

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I puristi della economia, quelli che si rifanno esclusivamente alle leggi del mercato, sostengono che quando un'azienda perde, la si deve lasciare morire. Nell'interesse dei consumatori, dei contribuenti e quindi di tutta la collettività. Poco importa poi se qualche migliaio di famiglie rischiano l'indigenza. In astratto sono d'accordo che violentare il mercato è come violentare la natura che poi si vendica. In concreto dobbiamo invece fare qualche riflessione. Nell'ultimo articolo su Il Tempo del 19 agosto ho richiamato la attività di un banchiere accorto e capace che, conscio della propria missione, con sagacia e coraggio, opera per salvare le aziende in difficoltà per una serie di motivi. Con dei rischi di natura civilistica (ora un po' attenuati) e penale se il salvataggio non dovesse andare in porto. Non mi addentro in disquisizioni tecniche noiose e poco interessanti. Desidero soltanto illustrare in termini semplici quella procedura cosiddetta di scorporo che vede un'azienda divisa in due parti. La nuova detta new company e la vecchia definita bad company. Il tutto nell'ambito di una speciale legge che cerca di tutelare chi nell'azienda ha investito soldi e lavoro. La nuova parte senza debiti per rilanciare l'attività mentre la vecchia cerca in qualche modo di mettere assieme i cocci. L'Alitalia ha un discorso a sé. Perché va salvata? Non per rimediare i tanti e dissennati errori del passato (chi è innocente scagli la prima pietra), quanto perché l'Alitalia rappresenta per il nostro Paese lo strumento a sostegno della principale industria nostrana: il turismo. Certamente si dovranno fare sacrifici. certamente gli imprenditori che si sono fatti avanti hanno il dovere che l'investimento venga remunerato. Se si salva l'Alitalia, che dovrà operare con criteri diversi dal passato, si sarà compiuta un'opera di mercato e non di sussidio. Considerando l'orientamento verso il cosiddetto capitalismo sociale. Chi vuole parlare ne ha diritto, lo faccia. Così come criticare. Cerchiamo però di essere anche costruttivi per evitare quel brutto detto che «chi sa fa e chi non sa insegna». E, nell'attuale momento, invece - forza ministro Gelmini - abbiamo bisogno di tanti insegnanti che insegnino a fare e a costruire.

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