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Lo scontro ora è su «terza o quarta generazione» Il fronte «no nuke» pronto a rialzare le barricate

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Nel 2000 è stato istituito il «Generation IV International Forum (Gif)» composto da dieci paesi al fine di sviluppare sistemi nucleari che potranno essere operativi fra 20 o 30 anni. L'Italia vi partecipa attraverso l'agenzia europea Euratom. I requisiti che i nuovi progetti dovranno rispettare sono il massimo utilizzo del combustibile, minimizzazione dei rifiuti radioattivi, sicurezza e affidabilità. I sistemi di quarta generazione dovranno avere una bassa probabilità di danni gravi nel «nocciolo», ossia la parte del reattore più «delicata» e tollerare errori umani anche gravi, inoltre dovranno essere protetti contro attacchi terroristici. I paesi che hanno aderito subito a questa iniziativa, lanciata dagli Stati Uniti, sono Argentina, Brasile, Canada, Corea del Sud, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Sud Africa, Svizzera, Russia e Cina. Per l'Italia, attraverso Euratom, sono coinvolti nella ricerca Enea, Ansaldo nucleare, Cesi Ricerca e Università. È chiaro, dunque, che il Governo punti ad una scelta più realistica dal punto di vista industriale e quindi alla terza generazione evoluta, quella usata per le centrali Epr in FRancia. E mentre il ritorno al nucleare secondo Carlo De Benedetti, presidente del gruppo Cir a cui fa capo Sorgenia, significherà anche dover «rivedere il sistema di deleghe che esiste sul tema energetico perché non è il governo centrale che decide ma le autorità locali», è già iniziato il tormentone sulla localizzazione dei siti. A porre chiaramente la questione il ministro dell'Agricoltura, il veneto Luca Zaia: «Mi piacerebbe sapere dove si costruiranno» le futuribili nuove centrali. La risposta pare darla il presidente del Veneto, Giancarlo Galan: ««Nucleare in Veneto? Perché no, basta trovare il posto giusto».

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