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di GIANNI DI CAPUA SI PARLAVA gelo, nei giorni scorsi.

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A chi gli chiede un commento sul caso Telecom, Baffino replica da New York stizzito: «Il ministro degli Esteri, come dice la parola stessa, si occupa solo di questioni estere». E va bene, se non fosse che D'Alema prima di essere il titolare della Farnesina è il vicepremier, ovvero il numero due del governo, il sostituto di prodi, il capo della delegazione del principale partito al governo. Insomma, D'Alema se ne lava le mani. Segno ancora più evidente di un malcontento crescente da parte della maggioranza e soprattutto dei due principali della coalizione, Ds e Margherita. Una freddezza che traspare anche nelle parole di Piero Fassino: «Io sono interessato - spiega - a fare una discussione su quali scelte si debbano fare per sostenere il settore delle telecomunicazioni in Italia. Sono interessato a discutere di come garantire che la più grande impresa privata di questo paese, la Telecom, possa valorizzare al massimo il suo patrimonio produttivo, tecnologico, finanziario e umano. E Prodi credo sia interessato come me». Poi attacca l'opposizione - come da prassi - di essere strumentale. Ma perché i soci forti del cosiddetto Ulivo sono così infuriati con il premier? Perché Prodi si ritrova di fatto un «suo» polo bancario con la fusione di Sanpaolo e Banca Intesa, a scapito di quello che i Ds stavano mettendo su con Mps. E, con il piano Rovati, si stava costruendo pezzo su pezzo un polo industriale con le reti. O almeno è questo che sospettano al Botteghino e sotto sotto anche dalle parti della Margherita. Per questo l'intervento di Prodi alle Camere sarà anzitutto rivolto ai banchi della sua maggioranza. All'indirizzo dei quali da Palazzo Chigi sono stati inviati messaggi di pace. Spiega il portavoce di Prodi, Silvio Sircana: il presidente del Consiglio ha deciso di riferire anche al Senato sulla vicenda Telecom perché c'è «un clima molto più sereno» Sircana aggiunge: «Prodi non ha mai inteso sottrarsi al confronto con le Camere, tanto meno su argomenti fondamentali per lo sviluppo del Paese come le tlc». Il Professore insomma è tornato a Roma, dopo la lunga tournè internazionale, con la ferma volontà di spiegare al Parlamento, con un discorso «alto», la sua filosofia sul tema delle telecomunicazioni. Un ragionamento da «presidente del Consiglio» che, nelle intenzioni del premier, dovrà andare ben al di là della polemica politica che ha arroventato l'ultima settimana romana. In questa logica, sottolineano i suoi più stretti collaboratori, le dimissioni di Angelo Rovati non dovranno essere tema di discussione. E ciò anche in considerazione del fatto che il piano Rovati su Telecom «non è assolutamente il piano di Palazzo Chigi». Non esistono infatti piani del governo al riguardo, si rileva ancora, ma esiste invece la «preoccupazione» affinchè il sistema italiano dele tlc sia in grado di garantire servizi adeguati, a prezzi adeguati, a tutti i cittadini. Così come non c'è da parte del premier una pregiudiziale verso la presenza straniera nelle aziende di settore. «Non dico che una azienda come Telecom debba rimanere per forza in mani italiane - ha chiarito il presidente del Consiglio a chi ha avuto modo di incontrarlo in questi giorni - ma vorrei che quella tendenza da parte delle imprese nazionali ad essere più prede che cacciatori possa cambiare sulla base di un criterio di bilanciamento con i comportamenti delle imprese degli altri paesi europei». Non c'è, quindi, nessuna volontà di ricostruire una sorta di Iri, «nè di statalizzare alcunchè». Resta alta l'attenzione verso il comportamento di altri Stati ai quali Roma non chiede altro che la reciprocità. Ed è con questo spirito, si rimarca in ambienti di Palazzo Chigi, che il premier si appresta a presentarsi alla Camera il 28 settembre e al Senato la settimana successiva. Così come si dice pronto, nelle prossime settimane, ad incontrare i segretari dei partiti dell'Ulivo e di tutte le altre forze dell'Unione, nonché i parlamentari della maggioranza, anche in vista del seminario dell'Ulivo della prima settimana di ot

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