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di MARZIO LAGHI VENTI di guerra fra vicepremier.

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L'ultima puntata dei reiterati disaccordi tra i due ministri ha avuto come spunto la situazione in Medio Oriente. Il responsabile dei Beni culturali è tradizionalmente schierato con Israele, una «vicinanza» nata e cresciuta dai tempi in cui era sindaco di Roma e aveva ottimi rapporti con la comunità ebrea della capitale. La quale ha sempre votato compatta per lui. Il ministro degli Esteri è invece caratterizzato da un atteggiamento spesso machiavellico ma tende puntualmente a porre l'accento sul dramma palestinese (un fatto che non sminuisce, al di là del gioco di parole, la drammaticità della tragedia di quel popolo) e, al contempo, a tirare le orecchie ai governi dello Stato ebraico. Ecco, allora, che la necessità dei giornalisti di semplificare la contrapposizione porta a definire filo-israeliano il primo, e filo-hezbollah il secondo. Non è proprio così, ma leggendo le loro dichiarazioni in queste ultime settimane, anche senza dover ricorrere alla recente foto di «baffino» immortalato a braccetto con un deputato di hezbollah (un «infortunio» che forse il nostro ministro degli Esteri poteva schivare anche se con qualche difficoltà), non sembra che i giornali abbiano distorto la realtà. La «telenovela, come dicevamo, è basata però su un copione vecchio che si riveste di volta in volta di attualità con la polemica sull'argomento di giornata. E poi i due sono geneticamente diversi e poco amalgamabili. Uno è cattolico; l'altro è laico. Uno viene dalla scuola di Pannella e del partito radicale, l'«antipartito» per eccellenza; l'altro è cresciuto all'ombra del rigido centralismo democratico e del partito-potere Pci. Oltre allo scontro silenzioso sul doppio vicepremierato, osteggiato da entrambi durante il «totoministri», i conflitti verbali tra i due hanno riguardato quasi tutte le decisioni del governo. E risalgono anche a molto prima della sua nascita. Una delle più recenti aveva come tema la possibilità di D'Alema di diventare presidente della Repubblica. Il breve sogno del «migliorino» al Quirinale, secondo molti, è stato stroncato anche dalla ferrea opposizione del suo eterno «rivale». Per alcuni, poi, si è trattato di un vero e proprio tradimento: «Gli intrallazzi di basso profilo di due ragazzotti, uno di centrosinistra e uno di centrodestra, che hanno tradito e silurato la candidatura di D'Alema, alla fine hanno prodotto qualcosa di buono», disse a maggio l'ex presidente Cossiga riferendosi, nell'ordine, a Casini, Rutelli e Napolitano e aggiungendo che era pronto a dar man forte a D'Alema se questi avesse voluto vendicarsi dei «ragazzotti». Ma il tipo di polemica che ha opposto il leader della Margherita al presidente Ds è stata sempre abbastanza sotterranea e sommessa, mai urlata. Anzi, i due non hanno litigato apertamente spesso. Nel giugno del 2005, D'Alema attaccò invece in modo diretto Rutelli, che aveva annunciato la sua astensione al referendum sulla fecondazione assistita. «Penso tutto ciò che penso dell'astensione - rispose il primo ai cronisti - è una furbizia perché in questo modo ci si fa forti di quelli che non vanno a votare perché non interessati e, sommando l'astensionismo militante e quello fisiologico, si vince truccando le carte. E questo è un atteggiamento grave che lascerà comunque una ferita». Una ferita che non si è mai rimarginata. Oltre alla fecondazione, al Quirinale, alla vicepresidenza del consiglio dei ministri, i due si sono trovati uno di fronte all'altro sulla questione fondamentale della creazione del Partito democratico. In gioco ci sono i rapporti di forza interni alla nuova «cosa» e la leadership. Infine, la recentissima contrapposizione sul conflitto in Libano in consiglio dei ministri. Una «guerra sulla guerra» che certo non contribuisce a creare un clima sereno nell'Unione e a rendere più facile il lavoro del capo dei due «vice», il professor Romano Prodi.

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