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Il contingente Unifil è un rebus. Solo il nostro governo ha garantito all'Onu l'invio di soldati

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Al momento, un solo Paese europeo ha preso «un impegno fermo», come lo ha definito il vicesegretario generale dell'Onu Mark Malloch Brown. Questo Paese è l'Italia che, al momento, rischia di partire per il Libano da sola. Nel vero senso della parola. Il Consiglio dei ministri ha ieri approvato all'unanimità l'invio di un contingente italiano in Libano. Una partecipazione che, con tutta probabilità, sarà di un gruppo navale di 3500 uomini inviato entro fine agosto e poi sostituito, dopo 2-3 mesi, con una forza d'ingresso di tremila soldati, più mezzi blindati, corazzati e, forse, aerei senza pilota. Il problema è come farà l'Onu a mettere insieme gli altri tredicimila soldati che dovranno andare a costituire il contingente Unifil. Malloch Brown ha spiegato ieri che entro dieci giorni circa 3500 soldati si andranno a schierare a sud del Litani. Il vicesegretario generale dell'Onu ha quindi chiesto all'Europa di fare le propria parte. Sinora, all'appello ha risposto solo l'Italia, presa dallo stesso Malloch Brown a mo' d'esempio. Gli altri Paesi del Vecchio Continente si sono defilati o hanno risposto picche, come l'Olanda, che sbloccherà un aiuto umanitario di cinque milioni di euro. L'Italia così andrà alla guerra - perché di guerra si tratta, come ha ammesso giovedì il ministro della Difesa Parisi - da sola. La Francia, infatti, ha deciso di inviare d'urgenza solo duecento uomini, tanto che il quotidiano «Le Monde» ha spronato ieri il presidente Chirac di «uscire dall'ambiguità». La Germania, dal canto suo, non è disposta a inviare in Libano neppure un soldato, come ha spiegato il cancelliere Angela Merkel, che, tuttavia, ha messo a disposizione unità di appoggio navale, aereo e logistico. Ancor meno concessioni è disposta a fare la Gran Bretagna. Blair manderà in Libano solo una fregata e alcuni velivoli della Raf. È stato inoltre offerto l'uso della base britannica di Akrotiri, a Cipro, come punto d'appoggio per le forze Unifil. Robetta, tanto che lo stesso presidente Usa George w. Bush si è augurato ieri che la Francia decida al più presto di inviare un maggior numero di soldati. Anche se gli stessi Sati Uniti parteciperanno senza inviare alcune marine, ma solo fornendo un supporto logistico e di pianificazione ancora non precisato. Anche gli altri Paesi europei non hanno ancora sciolto le riserve. La Danimarca, al massimo potrebbe inviare al largo del Libano una corvetta col compito di contrastare il traffico d'armi. La Finlandia, alla fine, potrebbe decidere di inviare 250 uomini, una cinquantina in meno della Bulgaria. La Spagna di Zapatero manderà 700 soldati, mentre la Norvegia ha messo a disposizione quattro vedette. Una disponibilità generica a partecipare alla missione è stata data da Turchia, Portogallo e Lituania. Insomma, la missione Onu in Libano non nasce sotto i migliori auspici. La maggior parte dei Paesi potenzialmente contributori all'Unifil appare recalcitrante. Troppo alti i rischi di una missione in una zona di guerra. Nessuno vuol mettere in pericolo la vita dei propri soldati. E di questo altissimo rischio si sono accorti, giovedì, il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro Parisi. Il dato, in ogni caso, ormai è tratto. Ci siamo esposti con l'Onu, che ormai ci ha presi ad esempio di probità e affidabilità. E poi un'occasione così per far bella figura e aumentare il proprio peso internazionale, a questo governo difficilmente ricapiterà. Ma quali potrebbero essere i nostri partner sul territorio? Sinora, solo Malesia, Indonesia, Marocco e Pakistan. Si parla di circa 4400 uomini musulmani. Che Israele non gradisce: Islamabad non ha relazioni diplomatiche con Tel Aviv, mentre Malesia e Indonesia non hanno mai riconosciuto ufficialmente lo Stato Ebraico. In Libano l'Italia rischia di essere l'u

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