«Trasformiamo il mondo in un'altra America»
Berlusconi rilancia la battaglia «per la libertà contro il male» e critica Francia e Germania
Non poteva usare una frase migliore Silvio Berlusconi per sintetizzare la sua visione politica e tracciare un bilancio personale di questa visita di fine legislatura negli Usa. Sono stati tre giorni intensi, spesi tra Washington e New York, scanditi da riconoscimenti ma anche da polemiche in Italia, che gli hanno permesso di raccogliere gli applausi del Congresso americano riunito in seduta plenaria e di incassare l'appoggio aperto di Bush. Ma soprattutto, mentre la campagna elettorale entra nel vivo in Italia, di confermare e rilanciare una posizione politica costruita su un ferreo atlantismo e puntellato con alcune critiche ad una parte di Europa che sembra essere, sono parole del premier, «sorda e cieca» di fronte alla necessità di aiutare gli Stati Uniti nella battaglia per la libertà contro «le forze del male». Un richiamo diretto alla Francia di Chirac («Parigi sta facendo come De Gaulle nel 1963 che voleva creare un gruppo di Paesi che trattassero con l'Unione Sovietica», ha detto ieri a New York); ma anche alla Germania di Schroeder, rea di non aver partecipato alla missione in Iraq. L'atto di fede all'America ma anche al libero mercato ha avuto una progressione costante nei tre momenti centrali di questa complessa trasferta americana: partita alla Casa Bianca dove Berlusconi ha raccolto gli elogi di Bush («È un grande leader, sincero, con lui il rapporto non è politico ma strategico»), ha avuto il suo momento clou al Congresso dove parte importante del discorso è stato dedicato a un sentito ringraziamento agli Usa per quanto fatto per la liberazione dell'Europa dal «nazifascismo e dalla minaccia sovietica». Infine, ieri a New York, esauriti gli impegni ufficiali di Washington, Berlusconi ha ulteriormente chiarito e confermato le sue posizioni: «Cercherò di svolgere una forte, intesa e decisa azione politico-diplomatica nei confronti dei colleghi europei, parlo di alcuni di loro, che ancora sono sordi e ciechi ad assumersi questa responsabilità», ha scandito sulla portaerei Intrepid, ormeggiata a Manhattan e trasformata in un museo galleggiante. È fondamentale, aveva spiegato il Cavaliere al Congresso, capire che «l'Occidente è uno e deve rimanere uno» e che l'Ue non può «definire la sua identità in contrapposizione all'America», né tanto meno rafforzare la propria integrazione tirando su la «fortezza Europa». La divaricazione tra le due sponde dell'Atlantico «comprometterebbe seriamente la sicurezza del mondo», ha ammonito il premier che ha aggiunto: «Tutte le democrazie si devono convincere che è loro dovere stare con l'America in una guerra che è per la nostra libertà». Un atlantismo molto forte con il quale il premier ha voluto mettere il sigillo a 5 anni di politica estera del suo governo sempre al fianco dell'amministrazione Bush. Berlusconi ha spiegato che «dopo l'11 settembre la nostra vita è cambiata e oggi ci dobbiamo confrontare con chi odia il nostro modo di vivere»: si tratta di «un nemico difficile da combattere» e che verrà sconfitto solo seguendo la strada tracciata dall'America. Di questo Berlusconi è profondamente convinto e questa scelta di campo ha voluto confermarla con chiarezza estrema nella visita negli Usa, l'ultima dall'amico George in questa legislatura.
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