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Camere chiuse il 10 febbraio Ciampi ci pensa

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Sarebbe questo, alla fine, l'accordo tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Ieri, la telenovela che da qualche giorno sta tenendo sulle spine gli italiani, ha vissuto una nuova puntata. In mattinata il premier, ospite di Radio Anch'io ha definito «stupidaggini pure» le ricostruzioni giornalistiche su un ipotetico scontro tra lui e il Quirinale sulla vicenda dello scioglimento delle Camere. Poi, poche ore dopo, è stata la volta del presidente del Senato Marcello Pera che è salito al Quirinale per riferire l'esito della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. Un esito scontato. Come era accaduto a Montecitorio, infatti, i capigruppo della maggioranza hanno ribadito la necessità di avere qualche giorno in più per approvare una serie di provvedimenti, mentre l'opposizione ha alzato le barricate. Pera, come Casini, ha chiesto lui stesso a Ciampi di essere ricevuto per riferire l'esito della riunione. Un incontro non ufficiale, quindi, e perciò non ai senso dell'articolo 88 della Costituzione, che detta la procedura dello scioglimento dei due rami del Parlamento. Comunque, a quanto si apprende, sarebbero stati proprio gli incontri con Pera e Casini a convincere il Capo dello Stato dell'opportunità di concedere qualche giorno in più alle Camere fermo restando che la data delle elezioni resta quella del 9 aprile. Dieci più probabilmente quindici giorni in più che non modificherebbero la procedura di indizione delle elezioni, ma eviterebbero un braccio di ferro istituzionale che potrebbe risultare estremamente nocivo. La legge elettorale prevede infatti che, dal momento dello scioglimento delle Camere alle elezioni debbano decorrere non meno di 45 giorni. Questo significa che, teoricamente, per sciogliere le Camere ci sarebbe tempo fino al 22 febbraio. Ecco allora che la soluzione proposta da Berlusconi (scioglimento intorno al 10 febbraio) non creerebbe alcun problema. L'accordo, quindi, sembra ormai vicino. Anche se anche ieri il presidente della Camera è tornato a mettere i bastoni fra le ruote di Berlusconi ribadendo il suo totale disinteresse per l'argomento. «Per l'Udc parla il segretario - ha detto riferendosi alle parole pronunciate in mattinata da Lorenzo Cesa -, ed ha già parlato in modo e in termini chiari. Non perdiamo tempo in cose inutili». E mentre Casini continua a vestire i panni del «rompi» all'opposizione si apre uno spiraglio con Fassino che prima attacca Berlusconi («Francamente mi sembra un po' infantile la posizione di Berlusconi che spera di rosicchiare qualche voto in più avendo a disposizione qualche giorno in più. Berlusconi si illude»), ma poi subito ribadisce che «la cosa più importante è che comunque si voti il 9 di aprile». Insomma, anche per l'Unione, la vera questione sembra essere quella della data del voto e non certo quello dello scioglimento. Venissero spostate le elezioni, infatti, nel centrosinistra si riaprirebbe la questione dei sindaci di alcune città che potrebbero decidere di dimettersi per chiedere un posto sicuro alla Camera o al Senato. Un'eventualità che, in un periodo in cui l'opposizione non riesce a trovare la quadra sul nodo delle candidature, è meglio scongiurare. A meno di clamorose novità, quindi, le Camere potranno completare il loro lavoro senza problemi portando a termine, ad esempio, l'iter della riforma della pubblica amministrazione e del decreto milleproroghe.

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