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POCHI lo sanno, ma Giulio Tremonti è stato anche un poeta.

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Come in un articolo del 30 luglio '88 dal titolo: «Il fisco e il suo gregge». In quell'occasione Tremonti scrisse: «Le storie fiscali sono piene di animalizzazioni. La più frequente quella che vede nel contribuente una pecora e nel fisco il tosatore». Pochi giorni dopo, il 24 agosto spiegò che «finora il fisco ha agito in una logica insieme arretrata e perdente: ha agito fuori dal mondo reale, perdendosi in un mondo lunare illuminato da fonti artefatte e, soprattutto ha agito sotto la dominante dell'evasione trattata come fatto ineluttabile. Ora il fisco scende dalla luna: capisce che l'evasione non si può reprimere ma forse si può prevenire con buon senso». Quello stesso anno, pochi mesi prima, il 29 marzo, era stato ancora più esplicito: «Il contribuente si scegliere il fisco» era il titolo dell'articolo nel quale era scritto: «Si stanno delineando attività produttive internazionali, mentre quelle fiscali restano domestiche: le ricchezze escono dal controllo fiscale convenzionale e in definitiva saranno sempre maggiori ricchezze a scegliersi il sistema fiscale preferito». Ma pochi anni dopo (proprio quando la Guardia di Finanza intensificò la sua attività) le sue dichiarazioni diventarono più pessimistiche: «Stiamo entrando in una grave crisi fiscale» (21 marzo '92), riferendosi al fatto che la crescita economica del Paese era sostenuta da misure straordinarie. «Tra chi paga e chi non paga le tasse - scrisse il 24 giugno di quell'anno - il contrasto sta diventando troppo pericoloso perché mina progressivamente gli equilibri, tanto dei conti pubblici quanto del consenso democratico». Mentre il 16 giugno '93 riassunse i toni del rigore: «Con l'indulgenza anticipata e con le sanzioni scontate degrada progressivamente la certezza del rapporto fiscale. Resta solo da chiedersi - scrisse ancora Tremonti - per quanto tempo ancora si dovrà tollerare il rovescio al posto del diritto, l'eccezione al posto della regola, la trasgressione al posto dell'applicazione, la comicità al posto della serietà». Appunto, ministro, per quanto tempo ancora?

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