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Il racconto di Marini: otto milioni di dollari per mettere nel cassetto le vere valutazioni di Telekom

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Almeno, ecco la ricostruzione che ne fa Igor Marini ai magistrati di Torino che indagano sul caso e che lo interrogano in Svizzera. In uno dei colloqui con i pm, infatti, il faccendiere-supertestimone dell'affare spiega passaggio per passaggio come si è arrivati a considerare il 29% della compagnia telefonica di Belgrado ben 878 miliardi di lire. Ed è un modo semplice semplice: le carte con le valutazioni da trecento miliardi vengono semplicemente nascoste, chiuse in un cassetto e alla Stet vengono inviate quelle gonfiate. Elementare Watson. Marini individua in una persona serba che lavora in Vaticano e amico di Paoletti l'autore di questa operazione. Il superteste non riesce a dire il nome preciso, ma è ragionevole ritenere che si tratti dell'ambasciatore serbo presso la Santa Sede, Doicilo Maslovaric, amico personale di Milosevic. L'avvocato romano lo conoscerebbe bene tramite contatti all'ambasciata norvegese dove sino a qualche anno prima aveva lavorato la moglie, Sonia Karin. Dunque, Maslovaric è l'uomo chiave dell'affare. La situazione è questa. Telecom Italia decide di valutare l'omologa serba e si affida alla società svizzera Ubs che fornisce una documentazione dettagliatissima. I serbi invece si avvalgono dell'inglese Natwest. È proprio ai britannici che si affianca l'ambasciatore di Belgrado presso la Santa Sede con il compito di far sparire la valutazione di 327 miliardi della quota di Ts e far arrivare sui tavoli giusti quella da 900 e rotti. E come fa il «serbo»? Ha una delega della società di comunicazione di Belgrado in base alla quale fa parte della commissione di valutazione. Controlla cosa fanno gli italiani, dove vanno, quando ci vanno. E soprattutto che cosa vedono, quali valutazioni. Insomma, segue la controparte in ogni momento. Quindi, vede quando gli svizzeri mandano la documentazione al Ministero e a quel punto entra in azione. Fa in modo che i rapporti reali vengano insabbiati e quelli alterati invece vengano inoltrati a chi decide. Riesce a farlo, racconta ancora Marini, perché a sua volta il «serbo» ha una rete alla Farnesina. Quindi, sa quando partono le valutazioni giuste, si mette in moto e, quando arrivano a Roma, fa in modo che spariscano. In questo modo sui tavoli di chi decide arrivano solo le quotazioni che fanno comodo a Belgrado. Marini racconta che si tratta di documentazione che viene preparata da un'azienda di Milosevic, probabilmente la Ces-Mekon (che è un'agenzia di valutazione) o alla Bc-Excel (di cui si serve Telecom Italia soprattutto per la parte di bilancio della società serba). In Svizzera capiscono qualcosa e contestano Belgrado. Ma, è ancora il racconto del testimone, i serbi riescono a «incassettare» (è questo il termine usato), far sparire lo scandalo. Tutto fila liscio. Almeno per Milosevic e compagni. Il dittatore è contento tanto che dispone: una bella provvista da otto milioni di dollari per il suo uomo a Roma. Lo stesso Maslovaric ha smentito tutto. Il 18 novembre 2000 (è da poco caduto Milosevic), in un'intervista al giornale serbo Nin, afferma: «Sono scemenze, idiozie, "tesi cospirative". Visto che mi trovavo in Italia da quattro anni, visto che conosco molte persone, avevo il fortissimo desiderio di aiutare ad arrivare alla conclusione di tale affare». E la provvigione?: «Ma come può ottenerne un ambasciatore? Penso che assolutamente non possa. A tutto ciò hanno lavorato persone del governo, persone delle Poste e della Telekom, da questa e dall'altra parte». E racconta: «Milosevic ci disse che quei soldi sarebbero stati spesi per le grandi imprese, quelle di successo».

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