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Mauro Corona seppellisce il campo largo: "Non credibili". Da Bianca Berlinguer cala il gelo

Ignazio Riccio
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Mauro Corona non usa mezzi termini. E martedì sera, dal salotto di “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, ha consegnato alla sinistra italiana un giudizio impietoso, sullo sfondo del risultato delle elezioni amministrative. “D'altra parte io vorrei vedere una sinistra unita”, ha esordito. Subito dopo, il dettaglio che trasforma l'auspicio in atto d'accusa: “Non Calenda di qua, Renzi di là, quell'altro di su, quell'altro di giù”. Una geografia della frammentazione resa con nomi e gesti, come si fa quando si vuole che il messaggio arrivi davvero.

L'invito è alla concretezza programmatica, non alle dispute identitarie: “Tutti uniti che mettano un programma serio, soprattutto degli stipendi, delle fabbriche che chiudono”. Temi sociali, non simbolici. Lavoro, non diritti astratti. La bussola di chi guarda alla sinistra da sinistra, ma dalla sinistra dei lavoratori, non degli intellettuali.

Poi la condizione senza la quale tutto il resto è vano: “Ma essere credibili. Finché stanno sparpagliati come le sementi in un campo, non diventano credibili e la gente non si fida più”. Un'immagine contadina, radicata nella terra, che dice più di molte analisi politologiche.

La diagnosi più dura arriva con una citazione attribuita - con la consueta libertà espressiva di Corona - a un premio Nobel rimasto senza nome, probabilmente una parafrasi di un pensiero diffuso più che una citazione precisa: “Hanno perso il popolo, diceva, hanno perso il popolo alla sinistra”. E ancora, la chiosa che brucia: i partiti progressisti “sono percepiti come una conventicola di intellettuali”, distanti, autoreferenziali, incapaci di parlare a chi fatica a fine mese.

Corona ha poi ribadito il proprio auspicio di fondo, tornando al punto di partenza come si fa quando si vuole che una cosa resti impressa: “D'altra parte io vorrei vedere una sinistra unita”. La ripetizione non è ridondanza: è insistenza, il modo in cui un uomo di montagna dice che una cosa gli sta davvero a cuore.

Le parole di Corona cadono in un momento di riflessione - e di qualche polemica interna - nel centrosinistra. Le elezioni amministrative hanno restituito un quadro non univoco, con risultati alterni nelle diverse realtà locali chiamate al voto, e con la coalizione che continua a confrontarsi con il nodo irrisolto delle alleanze: se e come coinvolgere il Movimento Cinque Stelle, se e come riavvicinarsi ai partiti centristi, dove tracciare il confine tra apertura e identità.

Il Partito Democratico di Elly Schlein - che ha scelto una linea più marcatamente progressista rispetto ai suoi predecessori - si trova a navigare in acque mosse: da un lato la necessità di tenere insieme un'alleanza larga per competere con il centrodestra al governo, dall'altro il rischio di perdere coerenza e riconoscibilità agli occhi dell'elettorato di riferimento. Le forze alla sua sinistra, da AVS ai movimenti civici, reclamano spazio e visibilità. Al centro, Azione e Italia Viva continuano a dialogare con il campo progressista senza mai formalizzare una convergenza stabile.

È in questo scenario che il monito di Corona acquista una valenza che va oltre la semplice battuta televisiva. Non è un'analisi politologica, non pretende di esserlo. È qualcosa di diverso e, per certi versi, più difficile da ignorare: la percezione di un osservatore esterno, radicato in una cultura lontana dai circuiti mediatici romani, che restituisce quello che - secondo lui - una larga parte degli italiani pensa ma non trova rappresentato nel dibattito pubblico.

C'è, poi, un dettaglio non secondario in tutto questo. Le critiche alla sinistra arrivano da uno studio che porta nel proprio DNA un nome simbolo di quella stessa sinistra: Berlinguer. Bianca è figlia di Enrico, il segretario del PCI che negli anni Settanta portò il partito comunista italiano al suo massimo storico di consensi.

Eppure quella coincidenza di nomi - Corona che critica la sinistra nel programma di una Berlinguer - ha una sua ironia sottile, che non è sfuggita ai più attenti tra gli spettatori.
Il messaggio, nella sua ruvida semplicità, rimane inequivocabile: finché il centrosinistra continuerà a litigare su nomi e geometrie di coalizione invece di parlare ai lavoratori e alle famiglie in difficoltà, rimarrà - agli occhi di molti - un progetto incompiuto, percepito come lontano dal Paese reale. Che a dirlo sia un montanaro del Vajont, in prima serata su Rete 4, è forse il dato più politico di tutti.

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