Massimo Giannini, la frase choc sui disabili a DiMartedì: è bufera
A La7 parlando del governo: "Se passi gli ultimi 20 anni della vita su una sedia a rotelle è inutile vivere così tanto"
Quando si trascorre l’esistenza tra editoriali indignati, pistolotti, predicozzi, salotti, podcast e apparizioni di ogni genere, può capitare che la parola salpi prima del cervello e, cercando la lama con cui infilzare Meloni e soci, trovi la merendina avariata scioltasi in tasca. Non l’aforisma. La stronzata.
Con Massimo Giannini, però, la faccenda ha meno il sapore della gaffe, del detrito verbale sfuggito nella tonnara televisiva (anche perché, per produrre una minchiata da dibattito, bisognerebbe prima frequentarne uno, quel reperto archeologico di altre tv dotate di contraddittorio).
Con Giannini la frase appariva pronta.
Prima dichiarazione da primo ospite di DiMartedì. Considerata, con ogni probabilità, molto intelligente: «Il governo è come un essere umano. Tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100-110 anni, ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto».
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Una trovata così brillante da concedersi il lusso di sputare, oltre che sulla pietas, sulla grammatica. «È inutile che è vissuto». Matita rossa, certo, ma il guaio, oltre al congiuntivo defunto, è il contenuto: la vita inutile se disabile? Nella macchina dell’applauso che grandina a casaccio, nessuno ha eccepito. Non il conduttore Floris, non il co-convitato Veltroni. Di solito, non succede nulla. Il circuito è chiuso: chi parla sa di parlare a chi annuisce, chi ascolta non ascolta ma si riconosce, chi applaude applaude per non restare solo, chi conduce conduce verso il punto già deciso, chi dissente non c’è, o è da solo contro sei all’ora dei ladri.
Ma ogni tanto una sparata esce dalla cuccia ideologica e supera il recinto del Bene. E qualcuno la recepisce davvero.
Qualcuno si accorge che una delle principali firme de La Repubblica, uno dei più rappresentativi esponenti del campo dei buoni sentimenti, dei guardiani delle fragilità purché certificate dalla ditta, pare aver detto che una vita in carrozzina può essere considerata inutile. Ora, qui non faremo i censori, non assegneremo patenti, non evocheremo anatemi. Quello è mestiere loro. Ci limitiamo a una domanda: è compatibile con la retorica di chi si proclama dalla parte dei più deboli l’idea che la vita di una persona debole davvero – non di quella debolezza romanzata o inventata delle categorie care alla sinistra odierna – sia inutile, cioè peggio che indegna? Tra le tante reazioni scandalizzate, quelle della ministra per le disabilità Alessandra Locatelli («Vergogna. Persone che parlano in questo modo dimostrano tutto il loro disprezzo e la loro ignoranza») e del tenente colonnello Gianfranco Paglia, in sedia a rotelle dal 1993 («Un insulto intollerabile non solo alla memoria e alla figura straordinaria di Alex Zanardi, ma a tutte le persone che ogni giorno vivono una condizione di disabilità con dignità, coraggio e senso dello Stato»).
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Giannini ha provato a replicare: «Il mio ragionamento sulla vecchiaia, e sulla qualità della vita di chi attraversa quella stagione, non presupponeva in alcun modo un giudizio di disvalore nei confronti delle persone, in qualunque condizione si trovino. Se qualcuno in ogni caso si è sentito offeso, me ne scuso». Del resto, non si tratta di una deviazione eccentrica rispetto alle culle del sedicente progressismo, anzi. Guardiamo al Canada, laboratorio woke eutanasico. Guardiamo alla Spagna del modello Sánchez con Noelia Castillo, venticinquenne paraplegica dopo un tentato suicidio. In sedia a rotelle, ma non «immobile», non «a non fare nulla», per restare nell’antropologia gianniniana. Sia chiaro: se una persona ritiene la propria vita non più sopportabile, allora si apre una questione tragica, seria, abissale sul diritto consapevole a morire. Ma prima dovrebbe esistere il diritto ad avere un sistema che faccia tutto per rendere possibile una vita dignitosa. Prima di spegnere la luce, una società civile dovrebbe provare ad aprire una finestra.
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