Federico Rampini sbugiarda i Dem. La resistenza al "fascista" Trump? L'esilio dorato a Como e in Toscana...
salotti in fibrillazione
Si respira una brutta aria nelle cene piene di contraddizioni della sinistra statunitense. Pessimisti sul futuro, allarmati dal pericolo fascista rappresentato – secondo loro – da Trump e pronti a fare armi e bagagli e scappare dagli States verso sponde amiche. È il ritratto che Federico Rampini fa dell’élite democratica americana ben diverso dai tempi di Biden e Obama alla Casa Bianca. “Minoritarie, ma influenti e visibili” le cerchie dem si riuniscono e nel corso delle loro cene la domanda dominante rimane sempre la medesima: l’America è diventata una dittatura fascista? O ancora: è arrivato il momento di fare i bagagli e di trasferirsi?
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E così intellettuali, artisti, giornalisti e scrittori, gente di spettacolo – “l’élite che spesso domina la sfera del discorso pubblico” sottolinea Rampini su Il Corriere della Sera – rimangono invischiati sul nodo del Fascismo si, Fascismo no e stilano criteri chiavi per capire se la più grande democrazia al mondo sia al capolinea o meno. “Primo: quando cominceranno ad arrestare i giornalisti. Secondo: quando se la prenderanno con noi ebrei. Terzo: quando si capirà che quelle del 5 novembre sono state le ultime elezioni” – spiega una giovane donna della Jewish community a Rampini.
Ma nonostante linee guida e criteri, l’élite non accetta obiezioni sulla sua narrazione della realtà: “Ho provato a sollevare qualche dubbio – spiega il giornalista – Sulla museruola al giornalismo. La stampa anti-trumpiana mi sembra scatenata”. Quello che manca per Rampini è semmai altro: “l’assenza di autocritica è il loro punto debole. Uno tra i più celebri anchormen della Cnn, Jake Tapper, ha appena pubblicato un libro dove racconta i retroscena della congiura omertosa con cui la sua rete tv e altri media progressisti nascosero al pubblico il declino psicofisico di Joe Biden”.
L’atmosfera delle cene newyorchesi è cupa, pessimista, allarmata e l’altro tema dominante è quello dell’auto-esilio: “Alcuni hanno già piani precisi, date e luoghi. Fra le destinazioni favorite di questo esodo c’è proprio il nostro Paese. Non perché amino il governo Meloni, anzi quello sarebbe una controindicazione – sottolinea il cronista – Il fatto è che molti dei miei interlocutori hanno case di villeggiatura in Toscana o in Umbria, in Liguria o sul Lago di Como”.
Ed è qui che va in scena l’ennesimo blackout della sinistra americana: “I discorsi sull’autoesilio confermano i peggiori pregiudizi contro le élite – spiega – L’operaio metalmeccanico del Michigan che ha votato per Trump, se mai venisse a conoscenza di quel che si dice nelle cene al Village e nei salotti letterari, troverebbe la conferma che la sinistra ormai rappresenta soprattutto i privilegiati”.
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Ma nonostante tutto, per Rampini è un déjà vu, qualcosa di già visto e sentito: “sentii fare gli stessi discorsi nel dicembre 2000 quando vivevo a San Francisco e ci fu l’elezione «rubata dalla Corte suprema» (Bush-Gore), poi nella primavera 2003 quando Bush invase l’Iraq. Molti amici californiani vent’anni fa parlavano di lasciare l’America – dice e chiude con l’ennesima contraddizione dem – Pochissimi lo hanno fatto davvero. Qualcuno si è trasferito in Florida, per pagare meno tasse in un paradiso fiscale governato dai repubblicani…”.
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