Meloni, Papa Leone e il "termometro" Rubio. Bisignani: nuovi equilibri globali
Vecchia legge del potere: gli eccessi di uno finiscono spesso per rafforzare gli altri. Non si potrebbe descrivere meglio gli effetti prodotti dal trumpismo, soprattutto nei rapporti con la Santa Sede e con il governo italiano. Così, mentre Robert Prevost, a un anno dalla sua elezione, trova la propria definitiva autorevolezza, Giorgia Meloni trasforma le intemperanze del tycoon nell’occasione perfetta per archiviare la ferita del referendum.
E, di fatto, Washington è stata costretta a spedire Marco Rubio tra San Pietro e Palazzo Chigi nel tentativo di ricucire ciò che il trumpismo aveva logorato. Con il risultato, non intenzionale, di rafforzare la posizione del segretario di Stato e di prepararlo alle Presidenziali Usa del 2028.
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Del resto, e non sarebbe neppure la prima volta, tra Italia e Usa i contrasti hanno spesso prodotto nuove mediazioni: dalla crisi di Sigonella alle tensioni sull’Iraq. Anche con il Vaticano gli attriti non sono mancati: dalla durissima opposizione di Giovanni Paolo II alla guerra del 2003 in Iraq, fino alle frizioni recenti sui migranti e sulla retorica sovranista americana. Salvo poi ritrovarsi, puntualmente, costretti a ricomporre gli strappi.
Tuttavia, quello tra Rubio e Meloni non è stato solo un incontro di ricucitura. Per la premier italiana ha rappresentato uno dei passaggi più difficili da quando siede a Palazzo Chigi: il confronto diretto con l’America trumpiana, che agli alleati non chiede più soltanto fedeltà, ma disponibilità strategica.
Rubio è arrivato da emissario ed è ripartito da termometro politico della nuova linea americana: consolidare gli alleati, ma soprattutto misurarne l’affidabilità e i margini di autonomia. In gioco non c’era soltanto la posizione italiana sulla sicurezza europea o sulla Nato, ma la disponibilità a partecipare a una nuova geometria variabile di sodalizi, dove l’Alleanza Atlantica resta la facciata, mentre il baricentro si sposta altrove: Indo-Pacifico, Golfo, rapporti bilaterali, coalizioni rapide.
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Da anni, negli Stati Uniti, esiste infatti un dibattito profondo sull’utilità delle grandi alleanze multilaterali. Una parte dell’establishment, trasversale ai partiti, considera strutture come la Nato troppo lente e burocratiche rispetto alle nuove esigenze di difesa e sicurezza globale. Da qui la preferenza crescente per strumenti più flessibili: accordi bilaterali o piattaforme agili come il QUAD, il dialogo strategico tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia nell’Indo-Pacifico, meno sistemiche ma potenzialmente più rapide ed efficaci. Una sorta di geopolitica «on demand».
Questa visione si scontra però con la realtà europea. Le «coalizioni dei volenterosi» mostrano disponibilità politica, ma anche limiti evidenti. L’Europa continua a rifugiarsi sotto l’ombrello Nato perché, al netto delle dichiarazioni solenni e delle foto di gruppo, non dispone ancora né della forza né della velocità decisionale americana.
Ed è proprio su questo crinale che il face to face tra Meloni e Rubio ha assunto un significato concreto. La questione non è stata solo politica, ma operativa: fino a che punto l’Italia è disposta a sostenere anche logisticamente le nuove priorità strategiche americane? L’apertura all’uso delle basi militari sul territorio italiano rappresenterebbe un segnale chiaro di allineamento. Al contrario, una chiusura segnerebbe una distanza difficilmente ignorabile.
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E su questi temi il colloquio più delicato è stato certamente quello tra Rubio e il ministro della Difesa Guido Crosetto, considerato a Washington il più autorevole interlocutore europeo sui dossier strategici. L’ipotesi di una rottura definitiva resta remota: i legami tra Italia e Stati Uniti sono profondi e strutturali. E Rubio, che nel confronto con Meloni ha teso a giustificare le intemperanze di Trump come il riflesso di modi più da businessman che da statista, è tornato a Washington con una risposta politica italiana più definita rispetto al passato.
Questa volta non filtrata da comunicati o ambiguità diplomatiche, ma pronunciata de visu, chiarendo margini e limiti della cooperazione italiana.
In questo quadro si inserisce un elemento apparentemente estraneo, ma sempre più rilevante: la Santa Sede. Papa Leone XIV si è presentato come il Pontefice della «pace disarmata e disarmante», formula che entra inevitabilmente in tensione con la logica della deterrenza che domina il quadro internazionale. E Prevost è stato così abile da parlare, davanti al segretario di Stato americano Marco Rubio, figlio di emigrati cubani e cattolico praticante, soprattutto di immigrazione e Caritas, evitando qualsiasi riferimento diretto a Trump. Come a suggerire, parafrasando Dante: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».
Ma mentre diplomazia e visioni del mondo si confrontano, un fattore molto più concreto incombe su tutti: l’energia.
Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe uno shock permanente per l’economia globale. Inoltre, per un Paese industrialmente fragile come l’Italia significherebbe energia più cara, crescita più debole e aumento della pressione sociale. Le crisi energetiche nella storia italiana, si sa, finiscono quasi sempre per trasformarsi in crisi politiche, precedute da crisi economiche che erodono consenso, alimentano polarizzazione e tensioni sociali, come ammonisce il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
L’Esecutivo oggi è stretto tra esigenze opposte: sostenere il sistema economico e rispettare i vincoli di bilancio. E qui emerge il punto decisivo: nessuno Stato europeo può affrontare da solo uno shock di questa portata.
L’Unione Europea si trova quindi davanti a un bivio. Da un lato, il rischio di frammentazione, con ogni Paese impegnato a difendere i propri interessi energetici e industriali. Dall’altro, la possibilità di un salto di integrazione: politiche energetiche comuni, strumenti fiscali condivisi, coordinamento industriale e nuove sinergie.
Se letta così, la crisi smette di essere soltanto una minaccia e diventa anche un acceleratore.
Tutto si tiene. La postura americana, il ruolo della NATO, la tentazione di modelli più agili come il QUAD, l’apertura verso l’Indo-Pacifico, il messaggio del Papa, la vulnerabilità energetica europea, la possibile apertura verso la Cina: tessere dello stesso puzzle.
Un sistema internazionale che si sta ridefinendo, mentre le economie restano il terreno decisivo degli equilibri geopolitici.
Per l’Italia la sfida è particolarmente complessa. Anche per la sua posizione: ponte tra Europa, Mediterraneo e mondo vaticano. Una posizione che può trasformarsi in ambiguità oppure in risorsa strategica.
La domanda - se il governo Meloni sia parte del problema o della soluzione - si arricchisce così di un ulteriore livello: capire se Palazzo Chigi saprà assumersi il costo politico di scelte sempre meno rinviabili. Ed è un punto che Meloni certamente non sottovaluterà, ora che il vento dei nuovi equilibri internazionali inizia a soffiare anche sul suo governo, acuendo il nervosismo dei suoi alleati.
Il trumpismo potrebbe aver prodotto il risultato meno previsto: avvicinare Prevost e Meloni. Impensabile, se si pensa che fino a pochi mesi fa, nel giro agostiniano più vicino a Leone XIV, la premier veniva considerata ancora troppo bergogliana. Primo miracolo di San Donald a sua insaputa?
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